Wisława Szymborska: “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne”

di Annalea Vallesi

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Nata in Polonia a Kórnik, il 2 luglio 1923, Wislawa Szymborska è stata una poetessa e saggista polacca. Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi decenni, e una delle poetesse più amate dal pubblico della poesia e non solo di tutto il mondo d’oggi.

In Polonia, i suoi volumi raggiungono cifre di vendita (500.000 copie vendute – come un bestseller) che rivaleggiano con quelle dei più notevoli autori di prosa, nonostante la Szymborska abbia ironicamente osservato, nella poesia intitolata Ad alcuni piace la poesia (Niektorzy lubią poezje), che la poesia piace a non più di due persone su mille.

Nel 1931 la Szymborska si trasferisce con la famiglia a Cracovia, città alla quale è stata sempre legata per motivi di studio e lavoro e nella quale ha soggiornato fino alla sua morte. Allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939 continua gli studi liceali sotto l’occupazione tedesca, seguendo corsi clandestini e conseguendo il diploma nel 1941, in quegli anni comincia inoltre a scrivere storie e, occasionalmente, poesie.

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Sempre a Cracovia, la Szymborska nel 1945 inizia a seguire in un primo momento i corsi di letteratura polacca, per poi passare a quelli di sociologia, presso l’Università Jagellonica, senza però riuscire a terminare gli studi che abbandona nel 1948 a causa delle sue scarse possibilità economiche. Ben presto viene coinvolta nel locale ambiente letterario, dove incontra Czesław Miłosz, che la influenza profondamente.

Nel 1948 sposa Adam Włodek, dal quale divorzia nel 1954. In quel periodo, lavora come segretaria per una rivista didattica bisettimanale e come illustratrice di libri. Nel 1969 si sposa con lo scrittore e poeta Kornel Filipowicz, che muore nel 1990.

La sua prima poesia, Szukam słowa (Cerco una parola), viene pubblicata nel marzo 1945 sul quotidiano «Dziennik Polski». Le sue poesie vengono pubblicate con continuità su vari giornali e periodici per parecchi anni; la prima raccolta Dlatego żyjemy (Per questo viviamo) vede invece la luce molto più tardi, nel 1952, quando la poetessa aveva 29 anni.  Negli anni ’40 infatti i suoi volumi erano sottoposti a censura per motivi politici, in quanto si riteneva che non possedessero “i requisiti socialisti”.

Ciò nonostante, come molti altri intellettuali della Polonia post-bellica, nella prima fase della sua carriera la Szymborska rimane fedele all’ideologia ufficiale della PRL: sottoscrive petizioni politiche ed elogia Stalin, Lenin e il realismo socialista. Anchein seguito cerca di adattarsi al realismo socialista: il primo volume di poesie del 1952 contiene infatti testi dai titoli come Lenin oppure Młodzieży budującej Nową Hutę (Per i giovani che costruiscono Nowa Huta), che parla della costruzione di una città industriale stalinista nei pressi di Cracovia. Aderisce anche al PZPR (Polska Zjednoczona Partia Robotnicza, «partito operaio unito polacco»), del quale è membro fino al 1960.

Tuttavia, in seguito la poetessa prende nettamente le distanze da questo «peccato di gioventù», come da lei stesso definito, al quale è da ascrivere anche la seguente raccolta Pytania zadawane sobie (Domande poste a me stessa) del 1954. Anche se non si distacca dal partito fino al 1960, comincia ben prima a instaurare contatti con dissidenti. Successivamente la Szymborska rinnega anche i suoi primi due volumi di poesie.

Dal 1953 al 1966 è redattrice del settimanale letterario di Cracovia «Życie Literackie» («Vita letteraria»), al quale collabora come esterna fino al 1981. Sulle pagine di questa pubblicazione appare la serie di saggi Lektury nadobowiązkowe (Letture facoltative), che sono state successivamente pubblicate, a più riprese, in volume.

Il successo letterario arriva con la terza raccolta poetica, Wołanie do Yeti (Appello allo Yeti), del 1957.

Dal 1981 al 1983 è redattrice del mensile di Cracovia «Pismo». Negli anni ottanta intensifica le sue attività di opposizione, collaborando al periodico samizdat Arka con lo pseudonimo «Stanczykówna» e a «Kultura». Si impegna per il sindacato clandestino Solidarność.

Dal 1993 pubblica recensioni sul supplemento letterario del «Gazeta Wyborcza», importante quotidiano polacco.

Nel 1996 viene insignita del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà».

Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue. Pietro Marchesani ha tradotto la maggior parte delle sue raccolte poetiche in italiano; Karl Dedecius ha diffuso le sue poesie in tedesco; il Premio Nobel Czesław Miłosz ha tradotto vari testi in inglese, seguito poi da Joanna Maria Trzeciak e dalla coppia di traduttori Stanislaw Baranczak e Clare Cavanagh.

La sua più recente raccolta poetica, Dwukropek (Due punti), apparsa in Polonia il 2 novembre 2005, ha riscosso uno strepitoso successo, vendendo oltre quarantamila copie in meno di due mesi.

Dopo diversi mesi di malattia, il 1º febbraio 2012 Wislawa Szymborska muore nel sonno nella sua casa a Cracovia.

La Szymborska preferiva usare il verso libero nelle sue poesie. Le sue opere sono contraddistinte, dal punto di vista linguistico, da una grande semplicità. La poetessa utilizza espedienti retorici quali l’ironia, il paradosso, la contraddizione e la litote, per illustrare i temi filosofici e le ossessioni sottostanti, è una miniaturista, le cui poesie compatte evocano ampi enigmi esistenziali. I suoi versi, infatti, toccano spesso argomenti di respiro etico che fanno riflettere sulla condizione delle persone, sia come individui che come membri della società umana. Lo stile della Szymborska si caratterizza per l’introspezione intellettuale, l’arguzia e la succinta ed elegante scelta delle parole. Il critico tedesco Marcel Reich-Ranicki ha affermato: «È la poetessa più rappresentativa della sua nazione, la cui poesia lirica, ironica e profonda, tende verso la poesia lirica filosofica». Il traduttore italiano Pietro Marchesani ha indicato nell’incanto il tratto più significativo dei suoi versi. La Szymborska stessa, è stato ricordato, individua l’origine della poesia nel silenzio.

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Personalmente ho acquistato tempo fa, una piccola raccolta di tredici poesie inedite scritte dalla poetessa tra l’ottobre 2010 e il novembre 2011, ultimo omaggio a questa grande autrice, dal titolo “Basta così” ed. Adelphi.

Come al solito ritrascrivo i versi che maggiormente mi hanno colpita, in verità una sola poesia su tutte:

“A OGNUNO UN GIORNO

A ognuno un giorno muore un proprio caro,

tra l’essere e il non essere

è costretto a scegliere il secondo.

 

E’ duro riconoscere che è un fatto banale,

incluso nel coro degli eventi,

conforme a procedura,

 

prima o poi inserito nell’ordine del giorno,

della sera, della notte, di un pallido mattino;

 

scontato come una voce dell’indice,

come un paragrafo del codice,

come una data qualsiasi

del calendario.

 

Ma è il diritto e il rovescio della natura.

Il suo omen e amen distribuiti a caso.

La sua casistica e la sua onnipotenza.

 

Solo ogni tanto

ci mostra un po’ di cortesia –

i nostri cari morti

ce li butta nei sogni.”

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