Più realista di Romolo: Il primo Re di Matteo Rovere

di Roberta Maciocci

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La fine di questo primo mese del 2019 vedrà l’uscita dell’ultima fatica di Matteo Rovere, il trentaseienne regista e produttore premiato con il Nastro D’Argento per Smetto quando voglio (2014). Il primo Re, questo il titolo del film del quale Rovere ha firmato anche la sceneggiatura: la storia della nascita di Roma. E di fatica si tratta davvero, non solo per lui ma per tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione del progetto.

Girato nei dintorni della Capitale ed a Orvieto, il film è stato plasmato nel fango (vero), complice l’impegno, anche dal punto di vista prettamente fisico, dei protagonisti e della troupe. Una vera maratona nel fango: le dichiarazioni del protagonista, Alessandro Borghi e degli altri descrivono una vera e propria immersione, non soltanto nei ruoli ma anche nel terreno paludoso. Una convivenza con la fanghiglia difficile da rimuovere e volutamente non rimossa durante le riprese, al fine di rappresentare una situazione di selvatico realismo. Le barbe e i capelli incolti, e una dieta ferrea per assomigliare a quelli che furono gli antesignani dei futuri coronati ed eleganti imperatori romani. Un prequel della civiltà urbana, se tale si può definire la trasformazione di aree incolte ma naturalmente selvagge in un primo abbozzo di agglomerato cittadino.

Magari anche questa dello stile selvatico adottato sul set è una leggenda, e non metropolitana: ad ogni buon conto, Borghi, idolo del pubblico femminile per la sua avvenenza ed il suo sguardo assassino, si è dovuto abbrutire. Questo per interpretare il ruolo di Remo, il fratello assassinato. Un contrappasso dantesco, anzi protoromano. Il torbido boss di Suburra (film e serie compresi) che diventa vittima, in questa occasione, di un omicidio compiuto per ambizione e discordia.

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Ambientata ovviamente nel 753 a.C., girata esclusivamente con luce naturale, per la fotografia di Daniele Ciprì e Giuseppe Maio, la pellicola ricostruisce sullo schermo oltre alla fondazione della città, i rapporti tra i due figli della lupa e quella che secondo quanto tramandato dalla tradizione dovesse probabilmente essere la vita prima della creazione di un nucleo abitativo urbano. Questa volta però non dal punto di vista del vincitore. Vae Victis, “guai ai vinti” non sembra essere in questo caso il motto appropriato: guai, forse, per i vincitori, se non altro per il peso della responsabilità.  Per chi, secondo la leggenda, aveva riperpetuato il delitto tra consanguinei come nel caso di Caino e Abele. E se non guai per il fratello vincente, un ruolo per lui, una volta tanto, di secondo piano. Il protagonista del film rispetto al primo re, è colui che verrà eliminato.

Il film è una co-produzione italo-belga, del Groenlandia Group di Matteo Rovere e Sidney Sibilia, di Gapbusters e RAI Cinema, La ricostruzione del mito che ha visto Romolo prendersi efferatamente la paternità dell’Urbe per antonomasia è stata girata in lingua protolatina e poi sottotitolata in italiano. Altra fatica non indifferente: la parte di Romolo, primo re di Roma, è andato invece ad Alessio Lapice, collega di serie televisive di Borghi. Lapice è presente nel cast della serie Gomorra, per la regia, tra gli altri, di Stefano Sollima (altro collegamento tra i due).

A prescindere dalla trama e dagli intenti del film, c’è da riscontrare un comun denominatore per le attuali produzioni audiovisive: siano esse nazionali o internazionali, si tratta della massiccia presenza di giovani cineasti e di progetti originali e ambiziosi, a dispetto della reiterata dichiarazione di mancanza di soggetti e di perenne crisi del mercato cinematografico. Altra caratteristica, frequente nel caso di giovani attori sia italiani che stranieri è quella della frequentazione e del passaggio quasi in automatico a formati diversi tra loro, quali quello della televisione e quello del cinema.  Facilmente riscontrabile, quest’ultima, per termine di paragone nelle produzioni statunitensi di film tratti dai comics: la maggior parte dei giovani attori proviene infatti da serie TV di successo che ne decretano la popolarità e garantiscono una continuità nella fidelizzazione con lo spettatore.

C’è inoltre da considerare che quando si tratti di fiction televisiva o cinematografica di ispirazione storica, sociale e/o politica, il taglio documentaristico e episodico di un cortometraggio televisivo garantisce una recitazione più simile alla frammentazione delle azioni da ricostruire. Quando si voglia rappresentare un evento realmente accaduto o di fantasia ma di conoscenza condivisa, la trasposizione di persone/attori del piccolo schermo e di storie al cinema, se ben orchestrata, ha un impatto notevole. Simile a quello delle grandi saghe e più modernamente ai grandi sceneggiati del passato. Le riprese erano già state ultimate nel 2017, ma ha richiesto, per le peculiarità già evidenziate, una lunga post-produzione.

Questo ritorno al passato ne Il primo Re, non solo in termini di argomento ma di tecnica per le riprese, la già citata luce naturale, i dialoghi sottotitolati che simboleggiano la distanza linguistica e temporale degli agenti nella vicenda è efficace e innovativa anche se sembra un paradosso. Una necessità di ricostruzione e l’idea di ricreare in forma di cronaca spettacolare un avvenimento citato nei libri di storia per sommi capi, vista l’evidente mancanza di testimonianze dirette. Una data nota ai più che prende forma.

Il film propone un’atmosfera pulsante e realistica di elementi essenziali: terra, fuoco e sangue.Uno spettacolo forte e scevro dalla grandiosità patinata del genere peplum, al quale gli spettatori potranno assistere a partire dal prossimo 31 gennaio.

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