La visionarietà di Blade Runner: ha visto cose che noi umani…

di Roberta Maciocci

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Oggetto “di cult”, ultimo film con effetti realizzati in digitale, miniera di citazioni immortali “E’ tempo di morire…” “Ho visto cose…”, cast stratosferico. Blade Runner (1982), l’unico, vero, inimitabile. Una “pietra emiliana”, citando Totò, della storia della filmografia tutta.

Il critico letterario Harold Bloom ha definito Shakespeare quale inventore dell’Uomo. Inventore nell’accezione di aver rappresentato nella prosa e nei versi la natura umana. A distanza di quasi quarant’anni Blade Runner di Ridley Scott è il prequel ed il sequel, nello stesso tempo, dei tempi che stiamo vivendo. Una proiezione verso il futuro come ce lo saremmo aspettato, condita con nostalgici richiami a un passato al quale ancorarsi.

Philip K. Dick, l’autore di Do Androids Dream of Electric Sheep, il romanzo (peraltro non aderente alla pellicola) dal quale è stato notoriamente tratto il film, pare fosse scettico a riguardo della trasposizione cinematografica. Durante le riprese invece si era ricreduto, e nonostante la ribadita non aderenza tra le trame, aveva dichiarato che lo scenario rappresentato era esattamente quello che desiderava riprodurre.

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Perché Blade Runner aveva preannunciato come sarebbe stato il futuro e aveva esplorato l’animo umano? Per la nostra fame di ricostruzione di una storia personale correlata alla mancanza di un senso di appartenenza. La virtualità, l’asetticità di ambienti e purtroppo spesso di rapporti interpersonali, la non distinzione tra persone e personaggi difficilmente identificabili come esseri umani o androidi. Gli strumenti tecnologici di uso comune, basti pensare a quello della lettura dell’iride presente nel film.

Ma soprattutto la paura della morte e il vano tentativo di sconfiggerla o posticiparla almeno, come i replicanti che si rivolgono al “padre” Tyrrell. Quel senso di proiezione verso un domani immaginato ed al contempo la nostalgia di tempi vissuti o soltanto ricostruiti nei racconti e nelle immagini che non ci appartengono, ma che ci sono necessari per crearci una sorta di passato condiviso: esattamente come le note tracciate sul pianoforte e le foto sbiadite sfiorate da Rachael, la protagonista femminile, essere perfetto soltanto esteticamente, perché affetto da fragilità umane che non sapremo mai se ricreate in laboratorio o frutto di un’essenza reale e non robotica.

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