di Annalea Vallesi

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L’11 gennaio 1999 ci ha lasciati Fabrizio De Andrè e quest’anno c’è stata la ricorrenza del ventennale della morte del grande cantautore. Poeta che ha raccontato la vita nelle sue infinite sfumature accompagnando i suoi versi sempre con una musica dalle forti connotazioni popolari, dai colori umani e travolgenti, con note di originalità e l’uso di strumenti “romantici” come il violino e la chitarra.

De Andrè ha dichiarato in alcune occasioni (rare, perché non amava le interviste) che la musica era un tram per far viaggiare le sue parole. Molti dopo di lui ne hanno seguito la strada, ormai battuta, del lavoro introspettivo, umano, ma anche del racconto storico, sociale dell’epoca moderna e contemporanea e del suo stesso tempo. Ecco perchè questo sabato, per ricordarlo a mio modo, scriverò di lui, menzionando e rintracciando alcuni testi delle sue più belle canzoni.

Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 a Genova (Pegli) da Luisa Amerio e Giuseppe De André, professore in alcuni istituti privati da lui diretti.

Nella primavera del 1941 il professor De André insieme alla sua famiglia, per sfuggire alla guerra, si reca nell’Astigiano e acquista nei pressi di Revignano d’Asti, in strada Calunga, la Cascina dell’Orto, ove Fabrizio trascorre parte della propria infanzia con la madre e il fratello Mauro, maggiore di quattro anni.

Qui il piccolo “Bicio” – come viene soprannominato – impara a conoscere tutti gli aspetti della vita contadina, integrandosi con le persone del luogo e facendosi benvolere dalle stesse. E’ proprio in tale contesto che comincia a manifestare i primi segni di interesse per la musica: un giorno la madre lo trova in piedi su una sedia, con la radio accesa, intento a dirigere un brano sinfonico a mò di direttore d’orchestra. Nel 1945 la famiglia De André torna a Genova. Nell’ottobre del 1946 il piccolo Fabrizio viene iscritto alla scuola elementare presso l’Istituto delle suore Marcelline (da lui ribattezzate “porcelline”) dove inizia a manifestare il suo temperamento ribelle e anticonformista. Gli espliciti segnali di insofferenza alla disciplina da parte del figlio inducono in seguito i coniugi De André a ritirarlo dalla struttura privata per iscriverlo in una scuola statale, l’Armando Diaz. Nel 1948, constatata la particolare predisposizione del figlio, i genitori di Fabrizio, estimatori di musica classica, decidono di fargli studiare il violino affidandolo alle mani del maestro Gatti, il quale individua subito il talento del giovane allievo.

Nel ’51 De André inizia la frequentazione della scuola media Giovanni Pascoli ma una sua bocciatura, in seconda media, fa infuriare il padre in maniera tale che lo demanda, per l’educazione, ai severissimi gesuiti dell’Arecco. Finirà poi le medie al Palazzi. Nel 1954, sul piano musicale, affronta anche lo studio della chitarra con il maestro colombiano Alex Giraldo.

E’ dell’anno dopo la prima esibizione in pubblico a uno spettacolo di beneficenza organizzato al Teatro Carlo Felice dall’Auxilium di Genova. Il suo primo gruppo suona genere country e western, girando per club privati e feste ma Fabrizio si avvicina poco dopo alla musica jazz e, nel ’56, scopre la canzone francese nonchè quella trobadorica medievale.

Di ritorno dalla Francia il padre gli porta in regalo due 78 giri di Georges Brassens del quale il musicista in erba inizia a tradurne alcuni testi. Seguono gli studi ginnasiali, liceali ed infine universitari (facoltà di giurisprudenza), interrotti a sei esami dalla fine. Il suo primo disco esce nel ’58 (l’ormai dimenticato singolo “Nuvole barocche”), seguito da altri episodi a 45 giri, ma la svolta artistica matura diversi anni dopo, quando Mina interpreta ed incide una sua canzone, ovvero: “La Canzone di Marinella”, che si trasforma in un grande successo.

Tra i suoi amici di allora ci sono Gino Paoli, Luigi Tenco, Paolo Villaggio. Nel 1962 sposa Enrica Rignon e nasce il figlio Cristiano.

Sono i modelli americani e francesi del tempo a stregare il giovane cantautore che s’accompagna con la chitarra acustica e si batte contro l’ipocrisia bigotta e le convenzioni borghesi imperanti, in brani diventati poi storici come “La Guerra di Piero”, “Bocca di Rosa”, “Via del Campo”. Seguono altri album, accolti con entusiasmo da un pugno di cultori ma passati sotto silenzio dalla critica. Così come la stessa sorte segna album stupendi come “La buona novella” (del 1970, una rilettura dei vangeli apocrifi), e “Non al denaro né all’amore nè al cielo”, l’adattamento dell’Antologia di Spoon River, firmato insieme con  Fernanda Pivano, senza dimenticare “Storia di un impiegato” profondo lavoro di marca pacifista.

Solo dal 1975 De André, schivo e taciturno, accetta di esibirsi in tour.

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Nel 1977 nasce Luvi, la seconda figlia dalla compagna Dori Ghezzi. Proprio la bionda cantante e De André vengono rapiti dall’anonima sarda, nella loro villa di Tempio Pausania nel 1979. Il sequestro dura quattro mesi e porta alla realizzazione dell'”Indiano” nel 1981 dove la cultura sarda dei pastori viene accostata a quella dei nativi d’America. La consacrazione internazionale arriva con “Creuza de ma”, nel 1984 dove il dialetto ligure e l’atmosfera sonora mediterranea raccontano odori, personaggi e storie di porto. Il disco segna una pietra miliare per l’allora nascente world music italiana ed e’ premiato dalla critica come miglior album dell’anno e del decennio. Nel 1988 sposa la compagna Dori Ghezzi, e nel 1989 intraprende una collaborazione con Ivano Fossati (da cui nascono brani come “Questi posti davanti al mare”).

Nel 1990 pubblica “Le nuvole”, grande successo di vendite e di critica, che è accompagnato da un tour trionfale. Segue l’album live del ’91 e il tour teatrale del 1992, poi un silenzio di quattro anni, interrotto solo nel 1996, quando torna sul mercato discografico con “Anime Salve”, altro disco molto amato dalla critica e dal pubblico.

L’11 gennaio 1999 Fabrizio De André muore a Milano, stroncato da un male incurabile. I suoi funerali si svolgono il 13 gennaio a Genova alla presenza di oltre diecimila persone.

In interviste postume (cioè dopo la morte del cantautore) a Paolo Villaggio, suo grande amico di vita fin dalla prima infanzia, De Andrè viene descritto come uomo dal temperamento a tratti intollerante e violento. Vengono raccontate le sue abitudini più personali e private, come il fatto che fosse insonne e fosse aduso addormentarsi la mattina non prima delle 7,00 con spessi tappi di cera nelle orecchie e mascherina imbottita sugli occhi (simpaticamente definita da Villaggio “la maschera da sub”). Oppure viene descritto il modo in cui visse la sua prima paternità con il piccolo Cristiano, che a soli sei mesi piangeva a casa come molti bambini, con il padre che sbraitava nell’altra stanza pregando chiunque di portare via “quel bambino” che urlava. Non amava toni di voce alti nelle discussioni, si infastidiva e poteva assumere anche atteggiamenti drastici e pesantemente intolleranti. Quello che mi ha colpito nel racconto di Villaggio è stato il modo in cui ha parlato delle fragilità dell’amico, soffermandosi sul suo terrore di non raggiungere o mantenere il successo, sulla sua paura di non essere capito, di non essere ricordato. Aveva anche paura del palcoscenico e del giudizio della gente. Non so se questi racconti siano veri fino in fondo o semplicemente simpatici e ironici, sicuramente irriverenti e anche sfacciatamente compromettenti…. Un’ultimo scherzo fra amici, forse, chissà…

Quello che invece è sicuramente vero e certo è che Fabrizio De Andrè è ormai patrimonio culturale del nostro paese e che in questi giorni è tornato ai primi posti delle classifiche musicali di vendita un triplo album che è una antologia di tutti i successi (in tutto sono 54 tracce) della sua luminosa carriera che si chiama “In direzione ostinata e contraria” con l’etichetta Sony BMG. Album che ha avuto la sua prima uscita nel 2005 e che ora, in occasione del ventennale dalla sua morte, è stata riproposto, contiene anche due brani mai pubblicati su CD e un inedito.

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Anche io voglio riproporre qui i testi, vere e proprie poesie da pelle d’oca, di alcuni dei grandi successi contenuti in questo prezioso cofanetto per ricordarci che la poesia è l’espressione primordiale di ogni artista, che attraversa indistintamente ogni tipo di arte, ma la musica è forse la sua amica più bella e la sua confidente più sincera. Ho pianto per questi versi, mentre digitavo la fredda tastiera.

“LA CANZONE DI MARINELLA

Questa di Marinella è la storia vera

Che scivolò nel fiume a primavera

Ma il vento che la vide così bella

Dal fiume la portò sopra a una stella.

Sola e senza il ricordo di un dolore

Vivevi senza il sogno d’un amore

Ma un re senza corona e senza scorta

Bussò tre volte un giorno alla tua porta.

Bianco come la luna il suo cappello

Come l’amore rosso il suo mantello

Tu lo seguisti senza una ragione

Come un ragazzo segue un aquilone

E c’era il sole e avevi gli occhi belli

Lui ti baciò le labbra ed i capelli

C’era la luna e avevi gli occhi stanchi

Lui pose le sue mani sui tuoi fianchi.

Furono baci e furono sorrisi

Poi furono soltanto i fiordalisi

Che videro con gli occhi nelle stelle

Fremere al vento e ai baci la tua pelle.

Dicono poi che mentre ritornavi

Nel fiume chissà come scivolavi

E lui che non ti volle creder morta

Bussò cent’anni ancora alla tua porta.

Questa è la tua canzone Marinella

Che sei volata in cielo su una stella

E come tutte le più belle cose

Vivesti solo un giorno, come le rose

E come tutte le più belle cose

Vivesti solo un giorno come le rose.”

In genovese, una delle tante alluvioni della città di Genova e sullo sfondo un amore nato da un tradimento, sorpreso dal disastro, testo scritto insieme a Ivano Fossati:

“DOLCENERA

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’è

Amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è

Amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è

Guardala come arriva guarda che è lei che è lei

Guardala come arriva guarda guarda com’è

Guardala che arriva che è lei che è lei

Nera che porta via che porta via la via

Nera che non si vedeva da una vita intera

Così dolcenera nera

Nera che picchia forte che butta giù le porte

Nu l’è l’aegua ch’à fá baggiá

Imbaggiâ imbaggiâ

Non è l’acqua che fa sbadigliare

(ma) chiudere porte e finestre chiudere

porte e finestre

Nera di malasorte che ammazza e passa oltre

Nera come la sfortuna che si fa la tana

dove non c’è luna luna

Nera di falde amare che passano le bare

Âtru da stramûâ

 nu n’á â nu n’á

Altro da traslocare

Non ne ha non ne ha

Ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere

Ché è venuta per me

È arrivata da un’ora

E l’amore ha l’amore come solo argomento

E il tumulto del cielo ha sbagliato momento

Acqua che non si aspetta altro che benedetta

Acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale

Acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

Nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ

‘n calabà ‘n calabà

Non è l’acqua di un colpo di pioggia

(ma) un gran casino un gran casino

Ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare

Quando ingorga gli anfratti si ritira e risale

E il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda

E la lotta si fa scivolosa e profonda

Amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è

Amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala come arriva guarda com’è com’è

Guardala come arriva guarda che è lei che è lei

Acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti

Acqua per fotografie per cercare I complici da maledire

Acqua che stringe I fianchi tonnara di passanti

Âtru da camallâ

 nu n’à â nu n’à

Altro da mettersi in spalla

Non ne ha non ne ha

Oltre il muro dei vetri si risveglia la vita

Che si prende per mano

A battaglia finita

Come fa questo amore che dall’ansia di perdersi

Ha avuto in un giorno la certezza di aversi

Acqua che ha fatto sera che adesso si ritira

Bassa sfila tra la gente come un innocente

che non c’entra niente

Fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

Atru de rebellâ

 nu n’à â nu n’à

Altro da trascinare

Non ne ha non ne ha

E la moglie di Anselmo sente l’acqua che scende

Dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle

Nel suo tram scollegato da ogni distanza

Nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza

Così fu quell’amore dal mancato finale

Così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’è

Amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è

Amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è

Guardala come arriva guarda che è lei che è lei

Guardala come arriva guarda guarda com’è.”

Vi lascio con un ultimo testo che la racconta la verità sull’amore. Nessuna persona di buon senso sa cosa sia di preciso l’amore, ma forse è l’incontro della propria anima, nell’anima di qualcun altro.

“AMORE CHE VIENI AMORE CHE VAI

Quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento

un giorno qualunque li ricorderai

amore che fuggi da me tornerai

un giorno qualunque li ricorderai

amore che fuggi da me tornerai

E tu che con gli occhi di un altro colore

mi dici le stesse parole d’amore

fra un mese fra un anno scordate le avrai

amore che vieni da me fuggirai

fra un mese fra un anno scordate le avrai

amore che vieni da me fuggirai

Venuto dal sole o da spiagge gelate

perduto in novembre o col vento d’estate

io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai

amore che vieni, amore che vai

io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai

amore che vieni, amore che vai.”

Con Fabrizio De Andrè ho l’intenzione di iniziare un nuovo racconto. Non sempre, ma di tanto in tanto tratterò di cantautori che hanno scritto poesie in musica.

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