di Lorenzo Bagnato

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Dopo l’acclamato successo di pubblico e critica di Moonlight, vincitore dell’Oscar al miglior film 2017, Barry Jenkins continua nel suo cinema di denuncia verso il razzismo e sulla condizione dei neri negli Stati Uniti d’America con Se la strada potesse parlare, in uscita nelle sale italiane il 24 gennaio.

Questa volta Jenkins narra della struggente storia d’amore tra Fonny e Tish, la cui relazione è bruscamente interrotta, seppure non permanentemente, dall’arresto erroneo di lui; condannato per uno stupro mai commesso solo per convenienza e velocità processuale. L’ambientazione nella Harlem dei primi anni ‘70 non è casuale. Dimostra come, nonostante tutte le battaglie ed i risultati raggiunti da Martin Luther King nel decennio precedente, il razzismo fosse ancora profondamente radicato nella società americana in più livelli; dal poliziotto locale che non attende un attimo a puntare il dito verso un nero innocente, a giudici e magistrati che, per evitare lungaggini giuridiche e pur di non accusare un uomo bianco, preferiscono sbrigarsela falsificando prove e minacciando testimoni.

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Il film, inoltre, pone l’accento sull’amore impedito tra i due ragazzi, causando enorme frustrazione nell’animo dello spettatore risollevato solo dalla resilienza incredibile della ragazza che, come tutti i personaggi, sono ben sfaccettati e mostrati esattamente per come sono, con tutti i loro difetti e debolezze. L’empatia che ne consegue da una grande spinta all’ambito emotivo del film, senza comunque mai scadere nel banale nonostante gli enormi rischi per una tematica così tanto trattata.

Se la strada potesse parlare, però, soffre della leggera ripetitività della sceneggiatura; mancante di una sottotrama solida per poter giustificare le due ore di durata del film. Ne consegue un eccessivo diluirsi della storia principale, che eccede di scene strappalacrime, facendone alla lunga perdere l’impatto emotivo. Né tantomeno mancano piccoli buchi di sceneggiatura che rischiano di infastidire gli spettatori più perfezionisti. Esempio lampante è l’inspiegabile scelta della madre di Tish, nel suo incontro a Porto Rico con la vittima dello stupro, di non rivelare l’alibi di ferro che avrebbe certamente fatto cambiare la testimonianza della donna violentata in favore di Fonny.

Questo, unito ad un reparto tecnico non entusiasmante, rende il film un’esperienza certamente gradevole e necessaria per il periodo storico attuale; che però fa storcere il naso all’idea che sarebbe potuto essere un prodotto migliore se fosse stata posta un pizzico di attenzione in più.

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