Sylvia Plath e sorella morte

di Annalea Vallesi

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In questo primo articolo dell’anno, vi parlerò di una delle figure di spicco della poesia del ‘900 statunitense: Sylvia Plath. Ve ne parlerò da un punto di vista tutto mio, assolutamente personale, senza rifarmi a disquisizioni e studi di critici letterari, di filologia o di esperti del linguaggio poetico, poiché non ho le competenze, ma mi piace la poesia e non so se la mia passione possa valere quanto lo studio di illustri intellettuali, ma tant’è.

Nata in un distretto di Boston il 27 ottobre 1932 da genitori immigrati tedeschi la madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts, abituata in casa a parlare solo tedesco, mentre suo padre, Otto Emil Plath, professore di college, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo, in particolare in materia di api.

Sylvia Plath dimostra un talento precoce, pubblicando la sua prima poesia all’età di otto anni. Nello stesso anno, suo padre muore per embolia, il 5 ottobre 1940. La scrittrice continua a cercare di pubblicare poesie e racconti su varie riviste americane, raggiungendo un successo marginale. Sylvia Plath soffre durante tutta la sua vita adulta per una grave forma di depressione ricorrente tra periodi di intensa vitalità. Entrata nello Smith College con una borsa di studio nel 1950, nel penultimo anno fa il primo tentativo di suicidio. Al tentativo di suicidio segue il ricovero in un istituto psichiatrico, il McLean Hospital, dove le viene diagnosticato il disturbo bipolare. Uscita dall’ospedale si laurea, ottenendo la lode nel 1955. Sylvia Plath ottiene una borsa di studio Fulbright per l’università di Cambridge, dove continua a scrivere poesie, pubblicando a volte le sue opere sul giornale studentesco Varsity.

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A Cambridge conosce il poeta inglese Ted Hughes, con il quale si sposa il 16 giugno 1956. Plath e Hughes trascorrono il periodo dal luglio 1957 all’ottobre 1959 vivendo e lavorando negli Stati Uniti. Sylvia Plath insegna allo Smith College. I due si trasferiscono poi a Boston dove Plath partecipa a dei seminari con Robert Lowell, per l’esattezza ad un corso di creative writing (scrittura creativa) che avrà poi profonda influenza sullo stile della poetessa.

Sylvia Plath e Ted Hughes si trasferiscono successivamente a Londra per la prima gravidanza di Sylvia e qui vivono per un breve periodo. Si stabiliscono poi a North Tawton, piccola città commerciale nel Devon. Sylvia Plath pubblica la prima raccolta di poesie, The Colossus, in Inghilterra, nel 1960. Nel febbraio 1961 abortisce: diverse poesie fanno riferimento a questo evento. Il matrimonio, nonostante la nascita degli altri due figli Frieda e Nicholas, si incrina e i due si separano poco dopo la nascita del loro secondo figlio. La loro separazione traumatica è dovuta alla relazione che Hughes aveva iniziato con Assia Wevill, moglie di un amico poeta.

Sylvia Plath ritorna a Londra con i due figli. Affitta un appartamento in una casa dove aveva abitato William Butler Yeats; ne è estremamente contenta e lo considera un buon presagio quando comincia il procedimento legale per la separazione. L’inverno tra il 1962 e il 1963 è molto duro per lei. Scrive intorno a questo periodo il romanzo autobiografico La campana di vetro (The Bell Jar), pubblicato nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lucas.

L’11 febbraio 1963 era passato solo un mese dalla pubblicazione del romanzo quando Sylvia Plath si toglie la vita: sigilla porte e finestre ed inserisce la testa nel forno a gas, non prima di aver scritto l’ultima poesia intitolata “Orlo” ed aver preparato pane e burro e due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini. Secondo Al Alvarez e altri studiosi, in realtà non aveva intenzione di uccidersi, ma soltanto di rivolgere all’esterno un’estrema richiesta d’aiuto, “… che disgraziatamente fece fiasco”; ella sapeva, infatti, che quella mattina sarebbe passata in visita una ragazza australiana, e aveva lasciato un biglietto con scritto il numero di telefono del suo medico. Voleva forse far sapere all’ex marito che era disperata per la loro separazione? O che ce l’aveva col mondo e voleva richiamare l’attenzione delle persone su di sè e sul suo dolore?

Nel cinquantesimo anniversario dalla morte della scrittrice, sono emersi dei documenti inediti che portano una nuova luce sulla morte di Sylvia Plath. Le lettere inedite che la scrittrice aveva indirizzato alla sua psicanalista narrano di aggressioni, abusi e minacce di morte da parte del marito Ted Hughes, al quale era legata da un amore malato. Le lettere sono state messe all’asta dall’antiquario americano Ken Lopez e valgono ora 875mila dollari; furono scritte tra il 18 febbraio 1960 e il 4 febbraio 1963, una settimana prima del suo suicidio.  Questi scritti epistolari fanno parte di un archivio privato raccolto dalla studiosa americana Harriet Rosenstein e contengono anche una serie di documenti medici circa le sue sedute psicanalitiche. Ad oggi si apre una nuova luce d’interpretazione sulla vita della poetessa.

Hughes si occupò dei beni letterari di Sylvia Plath. Distrusse l’ultimo volume del diario della donna, che descriveva il periodo trascorso insieme. Nel 1982, Sylvia Plath divenne la prima poetessa a vincere il Premio Pulitzer per la poesia dopo la morte per “The Collected Poems”, una antologia poetica postuma.

Molta critica femminista accusa Hughes di aver tentato di controllare le pubblicazioni postume per censura affettiva. Hughes negò ciò, anche se si accordò con la madre di Sylvia Plath, Aurelia, quando questa cercò di bloccare la pubblicazione delle opere più controverse di sua figlia negli Stati Uniti. Nella sua ultima raccolta, Birthday Letters, pubblicata prima di morire, Hughes ha rotto il silenzio, confessando il suo irriducibile affetto per Plath. La copertina è stata disegnata dalla figlia di Sylvia, Frieda Rebecca, ormai anch’ella affermata poetessa nel Regno Unito. Il peso dell’influenza di Hughes sulla poetica di Plath è oggetto di un incessante dibattito.

Alcune opere ad “edizione limitata” furono pubblicate da editori specialisti, spesso in numero esiguo le opere di poesia di Sylvia Plath pubblicate sono : The Colossus (1960) Poppies in July (1962) Ariel (1965) Crossing the Water (1971)Winter Trees (1972) The Collected Poems (1981).

Sylvia Plath è una delle anime più inquiete, irrequiete ma allo stesso tempo straordinariamente sublimi che io abbia finora letto. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato insieme in questi articoli e in questa rubrica di poesia è proprio questa: la poesia, le parole, ci parlano dell’anima di chi le ha scritte!

Indubbiamente nella versione originale delle sue liriche, in lingua inglese, si rinviene anche una musicalità nelle parole che finiscono quasi sempre in rima, e una scelta molto accurata e minuziosa nella tecnica del linguaggio poetico e nella metrica.

Ma quello che più colpisce sono le forti, assordanti emozioni, violente, compulsive, parole forti, di metallo, che colpiscono e feriscono come armi. Una donna come lei che ha convissuto per molti anni col dolore di un’anima non compresa o non sufficientemente amata, non poteva che esprimersi con parole che fossero lo specchio e insieme la via di fuga dalla vita….fino a chè le parole e le poesie non sono più bastate e Sylvia ha deciso di farla finita davvero. Ho deciso di allegare a questo mio umile scritto delle foto di Sylvia che la ritraggono in tutta la sua bellezza di giovane donna, morta all’età di soli trentun anni e divenuta a sua insaputa, senza poterne gioire, una dei Giganti della letteratura internazionale di tutti i tempi.

lady-lazarus-e-altre-poesieDi Sylvia Plath ho letto un libro edito nella collana “Oscar Mondadori” che è una piccola ma intensa antologia delle raccolte e delle poesie più significative di Sylvia Plath e si intitola: “Lady Lazarus e altre poesie”. Il testo è a cura del poeta Giovanni Giudici che si è occupato anche della traduzione e abbiamo per ciascuna poesia il testo in inglese a fronte.

Di seguito riporterò alcune delle liriche che mi hanno maggiormente colpita.

“LA RIVALE

Se sorridesse, la luna somiglierebbe a te.

Tu fai lo stesso effetto:

Di un qualcosa di bello ma che annichilisce,

Tutti e due siete dei grandi scroccatori.

La sua bocca a O si accora sul mondo; la tua

Non fa una piega, tu pietrifichi ogni cosa.

Guardo, c’è un mausoleo; eccoti qui che picchietti

Il marmo del tavolino, cerchi le sigarette,

sprezzante come una donna, ma non così nervoso,

E muori dalla voglia di dire impertinenze.

Anche la luna i suoi sudditi umilia,

ma di giorno è ridicola.

I tuoi malumori, d’altra parte,

Arrivano per posta amorosamente regolari,

Bianchi e vani, espansivi come il gas.

Non c’è un giorno al riparo da notizie di te,

Magari a spasso in Africa, ma pensando a me.”

(dalla raccolta postuma “Ariel” -1965)

 

Non c’è un giorno al riparo da notizie di te, magari a spasso in Africa ma pensando a me….

“I MANICHINI DI MONACO

La perfezione è terribile, non può avere figli.

Fredda come respiro di neve, occlude il grembo

Dove arbusti di tasso spuntano come idre,

L’albero della vita e l’albero della vita

Scioglienti le loro lune, mese per mese, invano.

Flusso di sangue è flusso

D’amore, sacrificio assoluto.

Vuol dire: non altri idoli che me,

Me e te.

Così, sulfureamente amabili, nei loro sorrisi

Questi manichini s’affacciano stanotte

A Monaco, obitorio che sta fra Roma e Parigi,

 

Nudi e spogli nelle loro pellicce,

Lecca-lecca all’arancio su stecchi d’argento,

Insopportabili, senza sentimento-

Sgocciola giù la neve i suoi frammenti di buio,

Non c’è nessuno. Negli alberghi

Mani apriranno porte, deporranno

Scarpe da lucidare in cui domani

Enormi diti di piedi entreranno.

Oh, quale aria di casa queste vetrine,

Biancheria da neonati, dolciumi guarniti di verde.

I grevi tedeschi assopiti nel loro Stolz senza fondo.

E i neri telefoni ai ganci

Luccicanti

Luccicanti e inghiottenti

Inesistenti voci. Non ha voce la neve.”  (dalla raccolta postuma “Ariel” 1965)

Inesistenti voci. Non ha voce la neve.

“SPECCHIO

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.

Qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco

Tale e quale senza ombra di amore o disgusto.

Io non sono crudele, ma soltanto veritiero –

Quadrangolare occhio di un piccolo iddio.

Il più del tempo rifletto sulla parete di fronte.

E’ rosa, macchiettata. Ormai da tanto la guardo che la sento

Un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.

Visi e oscurità continuamente ci separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna

Cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.

Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.

Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.

Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.

Sono importante per lei. Anche lei viene e va.

Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.

In me lei ha annegato una ragazza, da me si sorge incontro-

Giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.”

(dalla raccolta postuma “Attraversando l’acqua” 1971)

Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.

Vi lascio con quest’ultima lirica.

“IO SONO VERTICALE

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

Succhiante minerali e amore materno

Così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

Né sono la beltà di un’aiuola

Ultradipinta che susciti gridi di meraviglia,

Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

E la cima d’un fiore, non alta, ma più clamorosa:

Dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto-

Con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,

E sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo

per me.” (dalla raccolta postuma “Attraversando l’acqua” 1971).

Gli armoniosi versi di Sylvia Plath mi accompagnano mentre sto scrivendo questo articolo e fuori c’è una neve mista a pioggia, proprio come la vita mista alla morte.

Grazie a questa superba poetessa per il suo contributo di verità e bellezza all’umanità.

Sabato prossimo vi parlerò di una poeta contemporaneo a me molto caro e mi cimenterò per la prima volta nel racconto della poesia in musica e delle emozioni che ne derivano. Buon fine settimana!

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