La vita è meravigliosa, un natale “capriano”

di Beatrice Andreani

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Bedford Falls, cittadina americana immaginaria. Delle luci brillano nel cielo (c’è forse un rimando simbolico alla stella cadente che guida i Re Magi verso la grotta della natività); cominciano a comunicare tra di loro in una sorta di orazione religiosa. E’ questa la scena iniziale di un capolavoro del cinema a stelle e strisce. In questo messaggio si intuisce uno slancio verso la speranza e a un risveglio delle coscienze, elementi che il regista protrarrà per tutto il dispiegarsi della trama.

Stiamo parlando del capolavoro di Frank Capra, La vita è meravigliosa. Lo spettatore percorre tutta la vita di George Bailey, un uomo apparentemente comune, con molti sogni e con una buona dose di ottimismo che, però, comincia presto a scontrarsi con i primi problemi che la vita gli pone davanti.

La sua fanciullezza è segnata da diversi eventi come l’incidente del fratello sulla neve, con la conseguente paura di perderlo, e poi la sordità dall’orecchio sinistro, fino ad arrivare alle difficoltà finanziarie della famiglia.

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Durante la sua giovinezza assistiamo ad un’aurea distensiva, ancora non immersa né nei veri problemi della vita né in quelli che porterà poi la guerra. Ci sono ancora i balli, i primi amori, le feste…

Il passaggio di George all’età matura è segnato da alcune responsabilità a cui deve adempiere, come quando giunge il momento di dover decidere del proprio futuro e di dover scegliere tra la possibilità di non deludere le aspettative che suo padre nutre nei suoi confronti e quelle che invece sono le sue aspirazioni.

Nell’apparente differenza di intenti, padre e figlio condividono un idealismo vicino a quei valori radicati nella società statunitense del periodo. La vecchia casa abbandonata diviene quindi metafora di questa invitabile trasformazione, fino alla trasformazione che la vedrà luogo sicuro dove crescere come nucleo famigliare e dove poter iniziare una vita nuova.

Agli antipodi della figura di Bailey c’è Henry F. Potter, capitalista senza scrupoli. L’arrivo del Natale nella narrazione, in questo senso, contrappone le visioni che i due uomini posseggono della vita. Il personaggio di Potter può dirsi ispirato a quell’Ebenezer Scrooge che Dickens tratteggia nel suo racconto Canto di Natale da cui poi, nel 2009, il regista Robert Zemeckis trae la versione cinematografica (A Christmas Carol).

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L’apice del film ha luogo durante gli ultimi quaranta minuti. A causa della poca attenzione dello zio Billy, il denaro utile per far sì che l’azienda di famiglia continui a sopravvivere viene perso.

Vediamo George tanto disperato da meditare il suicidio. E’ qui che ci si ricollega all’inizio della storia, quando quelle luci in cielo, che altre non sono che angeli, stanno discutendo sul da farsi per aiutare il protagonista. Una di loro viene inviata in soccorso di George: se riuscirà a dissuaderlo dal compiere l’atto estremo, guadagnerà le ali. Ed ecco un ulteriore rimando all’opera di Dickens. L’angelo, in questo caso, gli mostra una realtà alternativa in cui proprio lui, George Bailey, non esiste. Si tratta di una svolta narrativa non indifferente, catalizzatrice e provocatoria. Un climax sempre più asfissiante percorre una serie di eventi fino a giungere al primo e fittizio finale del “buon natale” che certo non cambierà né la sfuriata di James Stewart motivata dall’avidità del denaro, né la sua dipendenza dall’alcool e neanche quel desiderio sessuale umiliante che altro non è che bisogno di essere amato.

Questo mondo alternativo che gli viene mostrato è uno sprone ad un ritorno alle cose essenziali della vita. Resta la condivisione della quotidianità assieme ai suoi cari. L’angelo mette finalmente le ali e una campana suona, finché lo spettatore viene portato per mano verso un finale quasi liberatorio.

Alla base della pellicola troviamo, oltre ai riferimenti dickensiani, il racconto di Philip Van DorenStern, The Greatest Gift (1939), pubblicato inizialmente sotto forma di cartolina da donare ad amici e parenti. L’RKO, intenzionata a farne un film il cui protagonista era Cary Grant, ne acquista i diritti. Tuttavia non convinta della sceneggiatura scritta innumerevoli volte e da diversi autori, ne cede i diritti alla Liberty Films, casa di produzione fondata proprio da Capra.

La sceneggiatura riporta diverse modifiche rispetto al testo originale e nuovi elementi inseriti per dare movimento alla storia, come il personaggio di Henry F. Potter, una sorta di alter-ego di George Bailey, che preferisce l’avidità di una carriera costruita su compromessi e piccole cattiverie, piuttosto a una esistenza che prevede anche il coinvolgimento dei sentimenti.

Con questo film Capra mette in scena ciò che resta davvero nella società del sogno americano. Reduce dalla seconda guerra mondiale, successivamente, affermerà che l’intento di quest’opera, come di altre sue pellicole, non era altro che dare la dovuta importanza all’individuo, che nella modernità si ritrova subissato da stimoli puramente materialistici di cui effettivamente non ha bisogno. Il fallimento non è contemplato nella concezione in base a cui ogni essere umano gioca un ruolo fondamentale nella propria vita e in quella della società in cui vive.

Oggi, La vita è meravigliosa, è considerato uno tra i film più celebri di Capra, ma quando uscì venne accolto senza tanti clamori e, addirittura, rischiò di cadere nel dimenticatoio dopo che l’FBI emise un comunicato in cui spiegava che nel film vigeva una sorta di propaganda comunista, legata probabilmente al ritratto poco lusinghiero rivolto alla casta dei banchieri.

Il film, nonostante ciò, divenne di pubblico dominio e negli anni ’70 fu una delle pellicole più trasmesse nelle televisioni americane, fino ad assurgere al ruolo di film natalizio per eccellenza.

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