di Emanuele Rauco

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È un’elegia realizzata col sorriso a fior di labbra, la ricerca della felicità secondo le regole gentili di un bandito d’altri tempi: Old Man and the Gun si ricollega al primo film del regista David Lowery, Senza santi in paradiso, portando però a compimento un lavoro di semplificazione sul racconto e sulla forma, lavorando sui mezzi toni e sulla profondità emotiva.

La storia che il film racconta è vera (o quasi del tutto, come dice la didascalia iniziale), è quella di Forrest Tucker, un criminale autore di decine di rapine e di evasioni senza mai ferire nessuno né esplodere un colpo di pistola, un ladro gentiluomo che opera assieme a due colleghi anche loro piuttosto attempati. Ma la vita cambia, il tempo passa e l’amore per Jewel forse lo redimerà. Forse. Scritto da Lowery a partire da un articolo del New Yorker firmato da David Grann, Old Man and the Gun è un gangster movie completamente atipico, in cui il senso del tempo passato – anche nella storia del cinema – non diventa mai nostalgia ma comprensione, pazienza, serenità.

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Il film riesce a eludere i diktat del cinema contemporaneo – frenetico, iperparlato, prolisso anche nella drammaturgia – senza cercare l’omaggio “posticcio” al passato ma rispolverando una costruzione adeguata al personaggio che racconta (ossia “vivere, non guadagnarsi da vivere”), identificando lo stile con ciò che deve comunicare: l’uso di una pellicola 16mm calda e sgranata, il colore pastoso e calibrato di Joe Anderson, la cura del dettaglio sono elementi filmici che descrivono Forrest (ma anche Jewel e i colleghi rapinatori) molto meglio di quanto potrebbero fare righe di dialoghi o psicologismi facili. E Lowery dimostra un certo talento nella costruzione di sequenze e inquadrature, nei tempi, nelle piccole digressioni, nell’aria che permea dalle sue immagini.

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Old Man and the Gun, come il suo protagonista, è un film ostinato nell’adesione a un’idea di cinema inattuale e allo stesso tempo capace di scaldare il cuore, di prendere il carisma, il fascino, l’amore per il cinema di Robert Redford (forse al suo ultimo film) e Sissy Spacek e di riversarlo sullo spettatore, custodendo anche il cuore western del cinema americano: quando Redford fugge dalla polizia sulle note di Blues Run the Game di Jackson C. Frank, rifugiandosi in un ranch, godendosi gli ultimi istanti di libertà tra praterie e cavalli, l’occhio del cinefilo non può non bagnarsi.

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