Il gioco delle coppie: la seducente sfida tra analogico e digitale secondo Olivier Assayas

di Laura Pozzi

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Ne Il gioco delle coppie (titolo insulso rispetto all’originale Doubles Vies), pellicola presentata in concorso a Venezia qualche mese fa e nelle sale dal prossimo 3 gennaio, Olivier Assayas sembra proseguire il discorso iniziato con Sils Maria (2014) e rielaborato in chiave thriller/horror in Personal Shopper (2016).

Il regista francese s’interroga ancora una volta sulla modernità e sugli effetti futuri, elaborando un discorso complesso in base ad una riflessione ardimentosa tra analogico e digitale. Per consentire una maggiore fruibilità sull’argomento trattato Assayas grazie ad una messinscena tipicamente teatrale mette in gioco un quartetto di personaggi alle prese con divagazioni filosofiche e sterili relazioni extraconiugali.

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Da una parte troviamo Alain (Guillame Canet) e Selena (Juliette Binoche), lui editore conservatore e tradizionalista, nostalgico del passato totalmente contrario alla rivoluzione digitale, lei insoddisfatta attrice teatrale costretta ad interpretare svogliatamente serie di successo. Dall’altra Léonard (Vincent Macaigne) l’amante di Selena scrittore irrisolto dall’ego straripante alla ricerca costante di un’affermazione definitiva e sua moglie Valerie (Nora Hamzawi) che sembra molto più accorta di quanto appare. A completare l’eccentrico nucleo Laure (Christa Théret) assistente bisessuale di Alain, nonché sua fugace amante.

Un girotondo tristemente amoroso, necessario per valorizzare uno script articolato e a tratti macchinoso che Assayas nonostante il suo tocco originale non sempre padroneggia con successo, risultando alla fine inevitabilmente pedante. Colpevole anche una sceneggiatura basata su dialoghi fittissimi di cui spesso data la complessità si perde il senso, generando uno stato di confusione e irritazione da cui non se ne esce vivi. Fin dalla prima inquadratura che vede protagonisti Alain e Léonard discutere sulla pubblicazione del suo ultimo libro si percepisce un senso di pesantezza dovuto alla poca fluidità della narrazione costantemente protesa su argomenti ripetuti più volte senza svilupparne un’adeguata comprensione.

Probabilmente il limite maggiore di un’opera che si presenta vestita da commedia, sta proprio nel genere scelto. Assayas tenta un improbabile accostamento che si rivela poco utile alla causa, realizzando un film che scorre su binari diametralmente opposti senza incontrarsi mai. Come dire,  la riflessione  e sottolineamo ancora una volta altamente istruttiva tra analogico e digitale non ha certo bisogno di facili scappatoie per poter esistere e risulta difficile comprendere la scelta del regista francese che nel film precedente era riuscito a spiazzare e convincere allo stesso tempo. Qui dopo la visione resta quell’amaro in bocca tipico delle grandi occasioni mancate, ma speriamo che Assayas ritrovi presto la vena artistica che ha da sempre contraddistinto la sua filmografia.  Perché come scriveva il grande Giovanni Tomasi di Lampedusa qui più volte citato:”Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

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