Cristina Campo: il mio nome è Vittoria

di Annalea Vallesi

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In questo secondo nostro appuntamento con il “sabato poetico” che riguarda consigli di lettura e approfondimenti “umani” più che “letterari”, tratterò con molta emozione e commozione la figura esile e luminosa di una grande poetessa. Saggista, scrittrice, traduttrice, letterata raffinata e colta, sensibile e delicata: si tratta di Vittoria Guerrini, il cui non d’arte è Cristina Campo.

Vittoria Guerrini nasce il 29 aprile 1923 a Bologna da una famiglia della buona borghesia cittadina: il padre infatti è il Maestro di musica faentino Guido Guerrini e la madre è Emilia Putti, sorella del celebre chirurgo ortopedico Vittorio Putti. La piccola Vittoria nasce con un difetto cardiaco che le preclude lo svolgimento di una vita normale, come quella di tutti gli altri bambini, liberi di correre, giocare e affaticarsi per il parco. Anche la sua istruzione è diversa, mentre infatti tutti vanno a scuola, Vittoria è seguita a casa, da insegnanti privati.

Nel 1930 il padre Guido Guerrini si trasferisce a Firenze per ricoprire l’incarico di direttore del Conservatorio di musica “Cherubini” e così Vittoria trascorre gli anni dell’adolescenza a Firenze, sperimentando già da giovanissima la scrittura grazie anche alla amicizia con alcuni letterati. Durante gli anni della seconda guerra mondiale dal 43 al 44 perde, sotto i bombardamenti, la cara amica Anna Cavalletti, giovanissima sua coetanea e anche lei scrittrice. Vittoria ne conserva i diari e poi ne pubblica una selezione nel “Corriere dell’Adda” semi di una successiva opera dal titolo “Diario d’agosto”. A Firenze, tra gli altri, conosce Leone Traverso e Gabriella Bemporad e anche i poeti ermetici Mario Luzi e Eugenio Montale. Collabora con riviste letterarie e realizza importati traduzioni i cui autori possono essere consultati, da coloro che fossero interessati, sia sui siti online di letteratura che nei manuali e riviste specializzate o facendo tesoro delle indicazioni di chi magari ha studiato per anni la letteratura internazionale e italiana contemporanea. Dopo Firenze si trasferisce a Roma nel 1955 dove il padre, nel frattempo, era stato chiamato alla direzione del conservatorio di Santa Cecilia e a presiedere il Collegio di Musica. Fra i suoi amici nella capitale colorata e ricca di suggestioni vi sono Maria Zambrano e Margherita  Dalmati, la poetessa e musicista greca che traduceva i poeti italiani.

Nel 1960 Vittoria Guerrini incontra Elemire Zolla, filosofo, scrittore, esperto di storia delle religioni e di mistica orientale e occidentale. Accanto a lui da allora e fino alla morte, Vittoria vive e crea la sua opera. Il loro rapporto artistico e sentimentale fatto di reciproche illuminazioni produce numerosi figli artistici. Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo, muore per una crisi cardiaca, il 10 gennaio 1977.

Nel chiedere venia per una biografia sintetica e forse non troppo approfondita, preciso che il mio compito qui è guidare chi legge alle opere letterarie che ritengo a mio giudizio, degne di nota e considerazione, per ciascun autore. Nel caso di Cristina Campo, vorrei soffermarmi su un piccolo saggio che spiega la sua poetica, dal titolo “Fiaba e Mistero” (1953) e sulla sua prima raccolta di liriche “Passo d’Addio” (1956).

gli Imperdonabili.jpgFiaba e Mistero: Troverete questo suggestivo testo in prosa insieme a “Il Flauto e il Tappeto”, ad altri scritti, alle traduzioni di John Donne, un omaggio a Borges, e alla nota biografica finale dell’amica Margherita Pieracci Harwell, nel libro dal titolo “Gli Imperdonabili”. Il volume, edito da Adelphi, disponibile anche in e-book, reca la prefazione del compianto Guido Ceronetti, una suggestiva nota a margine che descrive lo spirito di Vittoria e alla fine un’altrettanto suggestiva e poetica nota prima della trattazione biografica della Harwell (a p.263) che voglio riportare:

“Finchè la gente riesce a trasferirsi con la fantasia nel regno delle fiabe, è piena di nobiltà d’animo, di compassione e di poesia” (MILAN KUNDERA) .

Veniamo al nostro “Fiaba e Mistero” composto da due paragrafi, il primo dal titolo: “Parco dei cervi” il secondo “Attenzione e Poesia”.

Nel primo paragrafo, la Campo così esordisce (riporto alcuni passi):

“Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre- attraverso la penna e la mano- come per osmosi…

Che può fare il poeta ingiustamente punito se non mutare le notti in giorni, le tenebre in luce? Mantenere alla vita ciò che la vita ci promise invano,…”

Ecco racchiusa in queste poche righe ciò che la poesia è per Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini, ovvero “il frutto inevitabile della necessità ideale” per usare un’altra citazione del racconto, in cui si parla più in generale di arte e bellezza, anche la poesia è arte, a contatto con la natura, ma la riproduzione di quella bellezza è un sovra mercato, l’essenza è l’anima del poeta e’ la sua necessità di ritrovare una bellezza ideale che non è immediatamente visibile, se non attraverso i “simboli”.

A tal riguardo per spiegare meglio questa concezione e dunque la stessa poetica della Campo, vorrei ritrascrivere un altro passo dal racconto “Parco dei cervi”, a pag. 149:

“Un tempo il poeta era là per nominare le cose: come per la prima volta, ci dicevano da bambini, come nel giorno della Creazione. Oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomini, teneramente, dolorosamente, prima che siano estinte. Per scrivere i loro nomi sull’acqua: forse su quella stessa onda levata che fra poco le avrà travolte.

Un parco ombroso, il verde specchio di un lago corso da bei germani dorati, nel cuore della città, della tormenta di cemento armato. Come non pensare guardandolo: l’ultimo lago, l’ultimo parco ombroso? Chi oggi non è conscio di questo, non è poeta d’oggi”.

La poesia racconta dunque la realtà sensibile e descrive la natura non dando il nome a cose già esistenti, ma donando il loro ricordo a quelli che verranno dopo.

Per quanto riguarda il linguaggio poetico, invece, la Campo insiste sul fatto del ritorno al simbolismo delle fiabe essendo una fervida e appassionata lettrice di fiabe fin da bambina, alle pagg. 150-151 esattamente precisa:

“I bambini hanno organi misteriosi, di presagio e di corrispondenza. A sei anni io leggevo tutto il giorno le fiabe, ma perché ritornavo sempre, affascinata, a certe immagini che un giorno avrei riconosciuto, quasi emblemi per me, quasi divise?

…Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba…l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire, come le apparizioni e i segni arcani della fiaba: tutto quello cui certi uomini non rinunziano mai, che tanto più li appassiona quanto più sembra perduto e dimenticato. Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita…”

Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita!

Qual’è dunque, per Cristina Campo lo scrittore capace di mettersi in contatto e di entrare in confidenza con i suoi lettori? E’ colui che usa un linguaggio simbolico ma familiare come quello delle fiabe, come quello di un colloquio privato pieno di arcane allusioni. Per Cristina Campo sono questi gli scrittori sovrani ,obbediti ancor prima di essere stati compresi, i cui cenni debbono cogliersi a volo perché sappiamo bene che mentre parlano al singolo essi rispondono dinanzi a Dio per un’intera comunità(cit. p.153).

Nelle fiabe leggiamo di eroi, fatine, incantesimi e alla fine vi è sempre un insegnamento di vita, una cd. morale:

“La caparbia, ininterrotta lezione delle fiabe è la vittoria sulla legge di necessità e assolutamente niente altro, perché niente altro c’è da imparare su questa terra.

Le prove alle quali gli eroi della fiaba sono chiamati-e, come, per superarle, debbano uscire decisamente dal gioco delle forze, cercare la salvezza in altro ordine di rapporti….Il sartorello coraggioso: per vincere alla gara di tiro il gigante orrendo, capace di disgregarlo con un soffio, invece di una pietra tira in aria un uccello.

Non v’è gigante, nel gioco delle forze, al quale non possa opporsi un più tremendo gigante; nessun tesoro è certo di essere il solo tesoro; e come è facile contrapporre alla principessa mirabile, da presentare al re per guadagnare il trono, una più avvincente principessa”.

Ecco chiuso il cerchio: la poesia come necessità ideale, la fiaba e il suo linguaggio come vittoria su questa necessità.

La poesia di Cristina Campo è una poesia simbolica, a tratti surreale, incredibilmente luminosa, eterea, empatica, esattamente come le fiabe! Da pag. 159:

“E’ da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia quasi sempre il meglio della sua lingua: quasi che al contatto con simboli così particolari e universali insieme la parola non possa distillare che il suo sapore più puro”.

Quasi che al contatto con simboli così particolari e universali insieme, la parola non possa distillare che il suo sapore più puro.

Introduce il secondo paragrafo “Attenzione e poesia” un passo tratto dal vangelo di Filippo:

“La verità non può venire al mondo nuda, anzi è venuta nei simboli e nelle figure. C’è una rinascita, e c’è una rinascita in figure. In verità essi dovranno rinascere in grazia della figura”

La poesia è dunque verità in figure. E per rinvenire queste figure, occorre prestare attenzione al linguaggio poetico e all’uso che se ne fa. Il poeta non è altro che un mediatore di linguaggio e verità tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e altro uomo, tra l’uomo e le regole della natura. L’attenzione è solidamente ancorata al reale ed è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada verso il mistero.

Prosegue la Campo a pag. 167, “Dante non è, per quanto scandaloso possa suonare, un poeta dell’immaginazione, ma dell’attenzione: vedere anime torcersi nel fuoco e nell’olivo, ravvisare nell’orgoglio un manto di piombo, è una suprema forza di attenzione, che lascia puri e incontaminati gli elementi dell’idea.”

la-tigre-assenzaPasso d’Addio: Veniamo dunque al frutto di questa profonda e raffinata concezione poetica. Riporterò di seguito i versi di alcune poesie fra le più famose della nostra Cristina Campo e contenute nella raccolta breve “Passo d’Addio”, a sua volta contenuta insieme ad altre raccolte e traduzioni poetiche, nel libro “La Tigre Assenza” anche questo edito da Adelphi e disponibile in e-book. A pag. 27:

“Amore, oggi il tuo nome / al mio labbro è sfuggito

come al piede l’ultimo gradino… /Ora è sparsa l’acqua della vita

e tutta la lunga scala / è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole. / Buio miele che odori

Dentro i diafani vasi / sotto mille e seicento anni di lava-

ti riconoscerò dall’immortale /silenzio.”

A pag. 22:

“E’ rimasta laggiù, calda la vita, / l’aria colore dei miei occhi, il tempo

che bruciavano in fondo ad ogni vento / mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo / più se non tra due sonni, l’infinita

mia sapienza in frantumi. E tu, parola / Che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso / con me, già trapassato in altro viso

Come spera nel vino e consumato / Negli accesi silenzi…

Torno sola / Tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo

roseo sugli orci colmi d’acqua e luna / del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.”

 Ed ancora a pag. 29:

“Devota come ramo / curvato da molte nevi

allegra come falò/ per colline d’oblio,

su acutissime làmine / in bianca maglia d’ortiche,

ti insegnerò, mia anima, / questo passo d’addio…”

La poesia “La tigre assenza” che invece dà il nome al testo pubblicato da Adelphi, fa parte della raccolta “Poesie Sparse”e qui di seguito la riporto (la trovate a pag.44):

pro patre et matre

“Ahi che la Tigre/ La Tigre Assenza,

o amati, / ha tutto divorato

di questo volto rivolto / a voi! La bocca sola

pura / prega ancora voi: di pregare ancora

perché la Tigre, / la Tigre Assenza,

o amati, / non divori la bocca e la preghiera…”

Da ultimo, per concludere questo articolo, come umile scrittrice di parole in versi a mia volta, vorrei esprimere il mio entusiasmo per la lettura di Cristina Campo.

Le poesie di Vittoria in particolare mi hanno elevata e dalla terra sono approdata sugli spazi azzurri di nuovi cieli. Quando sono uscita domenica pomeriggio, per comprare un altro dei suoi libri ho pensato di volerle e di doverle somigliare. Si, ho pensato di volere la sua stessa fascia fra i capelli, la sua stessa espressione sognante, la stessa vaghezza nello sguardo.

Vorrei essere capace di compiere la medesima aerea descrizione dell’amore, con la grazia e l’eleganza che le erano, anzi, le sono proprie.

Anche io voglio essere come lei, che amava le fiabe, i suoi simboli universali, la purezza e l’intensità delle parole.

Vittoria è un angelo! Una eterea figura di luce, una delle più splendenti nel firmamento della nostra letteratura, per troppi anni ingiustamente dimenticata.

Con questo mio scritto, ho voluto dare un umile contributo per ricordarla.

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