Compie 25 anni il Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci

di Laura Pozzi

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Fra i numerosi e doverosi omaggi, ricordi e aneddoti susseguitisi negli ultimi giorni sulla recente e triste scomparsa di Bernardo Bertolucci un riferimento più che mai significativo spetta a Piccolo Buddha, film forse tra i meno acclamati e citati del maestro emiliano, ma senza dubbio uno dei più emozionanti e personali.

Esattamente il 1° dicembre 1993 usciva in Francia la sua 13esima pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Godon McGill incentrato sulla storia di Jesse Conrad (Alex Wiesendanger) un bambino di Seattle che insieme ai genitori Dean (Chris Isaak) e Lisa (Bridget Fonda) intraprendeva un insolito viaggio al seguito di alcuni monaci buddisti del regno del Buthan guidati dal Lama Norbu (Ying Ruocheng). Tra Jesse e il Lama, (convinto quest’ultimo che il bimbo fosse la reincarnazione di uno dei loro più grandi lama), nasceva un profondo e speciale legame che trovava il suo apice nel racconto della leggendaria storia del Principe Siddharta (Keanu Reeves) destinato a divenire il venerato Buddha. Vista oggi la fiaba orientale di Bertolucci,  dall’ambientazione esotica ed onirica acquista ancora più importanza nel sottolineare il netto contrasto tra il grigio mondo occidentale (Seattle) e i colori vivi e fiabeschi di quello orientale (Buthan).

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Evitando qualsiasi giudizio di carattere morale o sociale, il film supportato dalla straordinaria sceneggiatura scritta a quattro mani insieme al premio Oscar Mark Peploe seduce e ammalia grazie alla figura del Principe Siddharta che incarna in sé un perfetto mix di religiosità, spiritualità, leggenda e tradizioni secolari. Per questo ruolo tutt’altro che scontato Bertolucci puntò su un allora giovanissimo Keanu Reeves meglio noto per pellicole come Point Break (1991) e Dracula di Bram Stoker (1992). La scelta in apparenza singolare si rivela invece appropriata, regalando a Reeves una delle performance più convincenti della sua carriera. Ma tutto il cast si dimostra all’altezza, in particolare il piccolo Alex Wiesendanger che attraverso il suo sguardo trasporta lo spettatore in una realtà dai contorni incantati. Ma l’opera seppur diretta da uno dei registi migliori del mondo non risulterebbe così compatta e avvolgente senza la straordinaria fotografia dai toni caldi e accesi di Vittorio Storaro. Senza dimenticare il montaggio del due volte premio Oscar Pietro Scalia insieme a Daniele Sordoni e alla sontuosa scenografia di James Acheson, anch’egli vincitore per ben tre volte dell’ambita statuetta.

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Per la colonna sonora Bertolucci si affidò nuovamente alle melodie sognanti del giapponese Ryuichi Sakamoto, premiato dall’Academy per le musiche de L’ultimo imperatore e nuovamente autore ne Il tè nel deserto. Per chi fosse ancora a digiuno di questa splendida favola capace di stregare occhi e spirito, consigliamo quanto prima una visione, mentre per tutti gli altri una riscoperta appare più che mai necessaria e obbligatoria.

 

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