La freddezza dell’amore: Cold War

di Lorenzo Bagnato

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Dopo 5 anni di assenza dal grande schermo da Ida, altro imponente melodramma in bianco e nero, Paweł Pawlikowski torna con Cold War, film che nella sua piccola nicchia ha avuto un discreto successo, tanto da essere il candidato polacco per gli Oscar 2019.

Il film, in parte biografico e in parte finzione, narra della travagliata storia d’amore tra Wiktor e Zula (gli stessi nomi dei genitori del regista, dalla cui vita la sceneggiatura prende ispirazione), separati dal Muro di Berlino e disperati nel tentativo di rivedersi, seppure per un momento.

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Ciò che più colpisce della pellicola è il bianco e nero freddissimo, il cui contrasto fende gli occhi provocando angoscia e tensione. La fotografia, quindi, contribuisce a rendere unica una storia di fatto non troppo originale; anche se costruita così bene da inchiodare lo spettatore al posto per tutta la sua durata.

La sceneggiatura prosegue per ellissi, creando di fatto una piccola epopea in cui i protagonisti non sono altro che semplici pedine nel più grande disegno della Storia, fino ad arrivare ai turbolenti anni ‘60. La location del film si sposta per l’Europa, mostrando un continente infiammato da una guerra ideologica, frustrato per il dominio culturale perduto dopo la Seconda Guerra Mondiale e ceduto alla superpotenza oltreoceano.

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Eppure, nella sua freddezza il film riesce a regalare rari momenti di dolcezza, lasciando allo spettatore qualche secondo per riprendere aria prima di ricominciare a correre tra i destini dei protagonisti. Ed è proprio questo che rende Cold War un film così speciale, riuscendo inoltre a trattare un argomento utilizzato molto spesso dai film di Hollywood, rimuovendo però ogni forma di retorica. Ciò che rimane, dunque, è un film onesto e crudele, da cui però è possibile ricavarne speciali atti di bontà.

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