La grande mostra incoerente

di Serena Valente

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Mentre a Milano si celebra al Mudec la mostra su Banksy, un writer italiano diventa il primo latitante per graffiti. A ventinove anni è stato condannato per sei mesi di reclusione, ed è riparato in Cina.

Banksy, famoso in tutto il mondo per mettere in luce le contraddizioni della società contemporanea, ha fondato la sua arte proprio sul writing. Non ha mai abbandonato la sfera illegale delle sue opere, caratteristica che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Basti ricordare quando si introdusse di nascosto nei sotterranei della striscia di Gaza riempiendoli di graffiti, con l’obbiettivo di dimostrare la difficile condizione del popolo palestinese. E Milano, da anni impegnata nella lotta contro writer e street artist, ha appena inaugurato una mostra in onore al padre di questi ultimi che, come Banksy, agiscono nell’illegalità. Leggi severe quelle attuate dal sindaco Sala che si vanta di “aver reso impossibile la vita dei writers”.

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Sono stati concessi all’arte alcuni muri delle periferie, mentre gli altri sono da combattere, in una città con una politica per la quale è meglio buttare giù un muro piuttosto che lasciarlo “imbrattato” d’arte. Com’è possibile allora che si celebri il re dei fuori legge e si bandiscano gli altri?  Per il momento la mostra riempirà il botteghino, e il ventinovenne italiano rimarrà latitante in Cina, vittima dell’ennesimo controsenso italiano.

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