di Roberta Maciocci

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Dato che “non siamo qui per seppellire Cesare”, ma per parlare della magia del cinema, abbiamo pensato ad un omaggio al “mago” Georges Méliès, (Parigi, 1861-1938): l’inventore dei cosiddetti “effetti speciali”.

Padre spirituale, per così dire degli illusionisti della Settima Arte, poiché tra i primi sperimentatori; Allievo di Robert Houdin, al quale dedicherà il suo avveniristico teatro di posa, l’immaginifico personaggio, attore e regista, scenografo, virtuoso della macchina da presa, considerava le pellicole “vedute cinematografiche” e le distingueva in quattro diversi generi: “all’aria aperta” (reportages, resoconti filmati di feste e fiere, ad esempio), scientifiche (immagini al microscopio o filmati, per dirne una, di operazioni chirurgiche da mostrare a scopo didattico); “a composizione” (i film in genere) e fantastiche (sempre filmiche). Queste ultime saranno proprio quelle rappresentate soprattutto dalle sue creazioni, dai suoi film densi di “trucchi” creati in sede di montaggio. Méliès stesso ci ha lasciato una entusiastica testimonianza del suo lavoro artigianale e pieno di ostacoli,  primo tra tutti la cattura della giusta luce del sole, prima dell’utilizzo di quella artificiale: un suo prezioso intervento, tradotto in italiano è racchiuso in Verso il centenario – Méliès: Mostra internazionale del nuovo cinema (edito in occasione della XXIII rassegna del Nuovo Cinema di Pesaro, 1987, da Di Giacomo e curato da Riccardo Redi), per chi fosse interessato a saperne di più.

melies 1In questa sede, seppur brevemente, vogliamo offrirvi qualche curiosità sulle modalità di realizzazione delle magie di Méliès, a cominciare dal descrivere il teatro di posa. Il Robert-Houdin, per l’appunto, dove il nostro realizzava le sue vedute fantastiche, aveva pareti in vetro, per far filtrare l’amata/odiata luce del sole, dotate di pannelli di carta lucida scorrevoli (quella usata dagli architetti) per sfumare ed attenuare l’effetto luminoso: poi, successivamente, ci racconta sempre Méliès, la luce naturale fu affiancata da lampade ad arco e tubi al vapore di mercurio. Era proprio l’utilizzo della luce artificiale a richiedere che le pellicole fossero girate in bianco e nero, e che tutti gli oggetti, i costumi (innumerevoli) ed il trucco degli attori lo fossero, per poi essere colorate per imbibizione o viraggio manualmente: costumi e scenografie a colori non avrebbero avuto una buona resa in sede di cattura delle immagini. Prove estenuanti, come a teatro, ed ore ed ore di riprese, dalle quali si sarebbero ricavati appena pochi minuti di girato ingaggiavano egli stesso e tutta la troupe: gli operatori dovevano essere meticolosissimi, altrimenti le trasformazioni, i trucchi non sarebbero stati efficacemente recepiti dagli spettatori. E pensare, ci racconta sempre il nostro, che oltre alla sua passione per il cinematografo, che l’inizio della sua produzione di vedute fantastiche era nata da un incidente tecnico: il blocco del dispositivo durante una ripresa a Place de L’Opera aveva, in sede di proiezione, mostrato l’immagine di un omnibus Madelein-Bastille trasformarsi in quella di un carro funebre!

melies 2Dei circa cinquecento film realizzati solo un terzo ci sono pervenuti, ed a causa della concorrenza, dei debiti contratti per le sue dispendiose realizzazioni e del primo conflitto mondiale il mago Méliès fu costretto ad interrompere la sua attività nel 1912 e finire i suoi giorni lavorando nel negozio di dolciumi e giocattoli della moglie. Qualche titolo delle sue immaginifiche pellicole: la più famosa, ovvero Il viaggio al centro della luna (1902), Il mostro (1903), Il diavolo nero (1905), fino all’ultima realizzazione, di scarso successo rispetto alle precedenti, che è rappresentata da Alla conquista del Polo (1912).

Un visionario, nella doppia accezione del termine: ha stupito con le sue invenzioni immaginifiche ed ha sperimentato tecniche che sarebbero divenute sempre più raffinate con l’aiuto della progressiva tecnologia.

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