di Emanuele Rauco

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Nel suo giro del mondo in 10 giorni, il Torino Film Festival ha spesso avuto un occhio di riguardo verso il Nord Europa, soprattutto verso quei paesi che sfiorano il Circolo Polare Artico e che riflettono spesso la desolazione e l’isolamento o che al contrario resistono al poco sole e alla poca luce con film caldi e solari. 4 film quest’anno incarnano bene lo spirito di quelle terre e il loro amore per i generi cinematografici.

Dalla Danimarca, non precisamente Scandinavia ma quasi, arriva uno dei film più amati di questa edizione: The Guilty di Gustav Moller, un thriller telefonico  in cui un centralinista della polizia in servizio notturno prende una telefonata in cui una donna dice di essere stata rapita. Tutto tramite voci e linee telefoniche, come una versione gialla di Locke di Steven Knight, The Guilty è un esempio di thriller a basso costo e alte idee che gioca su una perfetta costruzione del ritmo e della suspense, sull’uso del montaggio e del sonoro e sul volto di un perfetto protagonista, ovvero sugli elementi minimi e peculiari della macchina cinematografica.

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Molto più ambizioso invece è lo svedese The Unthinkable del collettivo Crazy Pictures: qui s’immagina un attacco terroristico che causa danni terrificanti perché contamina la pioggia e un protagonista che deve cercare di ricongiungersi con le persone del suo passato da cui si è allontanato. Un film che scava dentro i risvolti intimi di una situazione estrema e sonda i rivolti politici, con una regia di grande forza (anche se i mezzi non hollywoodiani a volte mostrano la corda, come in alcuni effetti digitali) e impatto; peccato che la scrittura sia grezza e la mano pesante e il film si arena e si chiude quando invece potrebbe, forse dovrebbe, spiccare il volo.

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Intorno al noir gira l’islandese Vultures di Börkur Sigthorsson, storia del trasporto di un carico di ovuli nella pancia di una ragazza e dei fratelli – un ricco avvocato e un derelitto spacciatore – che hanno organizzato la consegna. Niente ovviamente andrà come si spera e il regista lo sa bene perché assembla molti cliché del genere, eppure la messinscena e lo stile con cui li racconta e sviluppa è teso ed efficace, nonché portatore di una lettura desolata della realtà come lotta di classe e di nazionalità.

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Per chiudere il viaggio nelle terre nordiche, uno dei film più caldi e affettuosi del festival arriva dalla Finlandia: Heavy Trip di Juuso Laatio e Jukka Vidgren, un omaggio al Metal estremo, che in Scandinavia ha trovato terreno fertilissimo, attraverso la storia di una scalcinata band di ragazzini che ha come sogno di andare a suonare in Norvegia: ne combineranno di ogni colore per uscire dal loro provincialissimo mondo. Parodia e atto d’amore verso un genere musicale, un’iconografia e uno stile di vita, un film sgangherato che nel corso dei minuti s’invola giustamente verso il delirio e la demenzialità aspirando a diventare un piccolo cult-movie tra gli amanti del genere, ma che può anche aiutare i non amanti a scoprirlo.

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