di Lorenzo Bagnato

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Nella nostra eurocentrica visione del mondo spesso ci dimentichiamo di ciò che accade a decine di migliaia di chilometri da noi, oltre l’infuocato Medio Oriente e le sconfinate steppe asiatiche, in una parte di Terra che sta acquistando sempre più importanza negli affari politici ed economici globali.

Allo stesso tempo, noi europei fatichiamo a realizzare quanto antica e profonda sia la storia dell’Estremo Oriente; composta da imperi gloriosi, dinastie secolari e guerre sanguinose esattamente come qui da noi. Serviva un intellettuale ed artista del calibro di Bernardo Bertolucci, tristemente scomparso lo scorso lunedì 26 novembre, per farci tenere conto di quella remota fetta di pianeta.

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L’ultimo Imperatore è forse il film più maestoso di Bertolucci. La storia di Pu Yi, ultimo imperatore della Cina, racchiude in essa imponenza e malinconia, saggezza e sconforto, eternità e dolore. Nell’analizzarla è impossibile prescindere dal periodo storico in cui è ambientata. Pu Yi salì al trono cinese nel 1906, alla tenerissima età di 3 anni, trovandosi erede involontario di un Impero millenario, venuto in contatto con i sistemi politici occidentali troppo tardi. Difatti, a seguito del Primo Conflitto Mondiale, la democrazia di cui noi tanto ci vantiamo fu trapiantata in un sistema sociale che non aveva avuto le basi storiche per accettarla; conseguendo in un’innaturale unione tra arcaico e moderno che causò moltissime emorragie di rigetto. Pu Yi si ritrovò imperatore di un Impero che non esisteva più, governato de facto da una Repubblica Sociale che tanto sociale non era. Ma egli era troppo giovane per rendersene conto. Visse in stato di idilliaca prigionia per tutta la giovinezza, trovando nella sua stessa onnipotenza il limite alla libertà. Egli era una specie di Genio della Lampada dai poteri infiniti (un dio, se consideriamo le antiche tradizioni cinesi) racchiuso nello spazio fisico del suo stesso palazzo: la famigerata Città Proibita da cui Pu Yi non poteva uscire mai.

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Pu Yi è uno di quei tanti, curiosi capri espiatori della storia. Cresciuto come un dio, egli volle sempre rimanere tale, anche dopo l’invasione giapponese della Cina e gli sconvolgimenti che seguirono alla Seconda Guerra Mondiale. A nessuno più importava chi fosse Pu Yi, ma continuarono a fargli credere di valere qualcosa solo per affibbiargli colpe che non aveva; per lasciarlo alla guida di una nave alla deriva il cui equipaggio era da tempo fuggito via. Solo con la vecchiaia egli realizzò la sua impotenza. Capì di essere un cinese tra i cinesi, un uomo tra gli uomini, un mortale tra i mortali; e come tale si comportò fino al decesso per cancro nel 1967. Da Imperatore della Cina, effimero padrone del Mondo, egli divenne un cittadino comune, umile servitore del proprio paese distrutto.

L’ultimo Imperatore, come tutti i film di Bertolucci, utilizza la storia come deterrente per un discorso politico amplissimo; che mostra il comunismo convinto dell’autore senza mezze misure. Per Bertolucci il vero comunista è l’uomo comune, che accetta il suo ruolo sociale e collabora con lo Stato senza pretese di potere o ambizioni di conquista. Il potere non esiste, esiste lo Stato. Pu Yi non ottenne mai il potere che, nella sua mente, gli spettava. Quando egli si lasciò trascinare dal naturale corso degli eventi, raggiunse finalmente la felicità a cui aspirava seduto su uno scranno dorato, vestito di giallo imperiale e circondato dalle mura di un palazzo tanto grande quanto vuoto.

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