di Emanuele Rauco

1543357756_OFF_Ride_01-1.jpg

Fin dalla sua fondazione come Cinema giovani, 35 anni fa, il Torino Film Fest ha sempre avuto il lavoro al centro dei suoi interessi, tanto da dedicare ogni anno il premio Cipputi al miglior film su questo tema. E questa 36^ edizione dimostra come parte del cinema indipendente e d’autore contemporanei sentono le vicende dei lavoratori come fulcro per raccontare, e provare a capire, i nostri tempi.

All’avanguardia in questo senso è il cinema francese: se nelle sale in questi giorni c’è In guerra di Stephan Brizé, al festival si trova Nos batailles, l’opera seconda di Guillaume Senez – che vinse a Torino nel 2015 con Keeper – che racconta di un operaio che lavora in un centro di consegne stile Amazon che deve affrontare l’improvvisa sparizione della moglie cercando di badare ai figli e di non perdere il lavoro. L’interesse del film, che poggia quasi tutto il suo peso sulle spalle di un fantastico Romain Duris, è soprattutto nel modo in cui descrive un lavoro operaio calato nella contemporaneità e in come mette in scena la famiglia come fosse un lavoro, con una messinscena tesa ma non nervosa, con un senso dei sentimenti limpido e civile, degno del miglior cinema francese contemporaneo.

En-Guerre.jpg

E di temi affini parla anche un altro film francese, Marche ou crève di Margaux Bonhomme (al primo lungometraggio), storia di una ragazza che vive in campagna, fa un lavoro operaio e a casa deve badare assieme al padre alla sorella gravemente disabile: la responsabilità e la voglia di indipendenza si scontrano e rischiano di schiacciarla. È un film auto-biografico, dedicato alla sorella della regista, in cui si riflette sul rapporto tra sacrificio e responsabilità, sulla libertà individuale e quella familiare, ma anche sulla fatica fisica, sul peso del lavoro manuale e familiare, sui gesti che quel lavoro comporta; è anche però un elogio del notevole talento con cui la regista ha scelto e lavorato, appunto, con le due protagoniste, ossia Diane Rouxel, uno dei volti giovani più incisivi del cinema d’oltralpe, e Jeanne Cohendy, la cui adesione al corpo e alla mimica è incredibile.

marche-ou-creve-photo-diane-rouxel-jeanne-cohendy-1036376.jpg

Parla di lavoro anche un film italiano, Ride di Valerio Mastandrea, o meglio di morte sul lavoro, tema che interessa il regista/attore fin dal suo primo cortometraggio (Trevirgolaottantasette): qui però la protagonista è la vedova di un operaio vittima di un incidente fatale che, mentre organizza il funerale e gestisce il dolore e l’interesse di chi la circonda, deve affrontare anche le modalità con cui gestire il suo di lutto. Il titolo infatti è il paradosso alla base del film: non solo perché la protagonista non riesce a piangere quella morte e non ha perso l’umorismo, ma perché il film stesso mescola lo spirito del suo autore, capace di risate e leggerezza anche in contesti tragici, una leggerezza che permette lo scavo nei personaggi, la descrizione di un piccolo mondo intimo, sincero, verace e vitale. Ucciso dal lavoro, defraudato dal modo in cui il mondo ormai lo intende.

Rispondi