di Emanuele Rauco 

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Arte, artista e opera. Una triade di termini e concetti amplissimi e a tratti filosoficamente abissali a cui il cinema negli ultimi anni, anche a causa del boom di film dedicati alla storia dell’arte e alle mostre più importanti. Il Torino Film Festival questi giorni ha raccontato l’arte contemporanea attraverso due film: L’uomo che rubò Banksy e Ulysses et Mona.

Nel primo, diretto da Marco Proserpio, si parla di Banksy, appunto, soprattutto di una sua opera (The Donkey with the Soldier, o Donkey Documents) originariamente dipinta su un muro di Betlemme e poi staccata e venduta senza il consenso dell’artista: da qui il documentario parte per una via impervia e frammentata chiedendosi cosa sia un’opera d’arte oggi, che senso estetico, sociale, politico ed economico abbia un’opera di street art, che statuto ontologico abbia essendo legale e illegale al tempo stesso e come ci si pone di fronte alla sua istituzionalizzazione. Proserpio intervista, ascolta voci, pone domanda e (apparentemente) non dà risposte, ma il suo approccio al documentario come terreno di riflessione, prima che di racconto e di forma cinematografica, è avvincente e degno di note.

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Nel secondo invece, per la regia di Sébastien Betbeder, si parla di un artista che ha deciso di isolarsi dal mondo e di smettere di lavorare; ma quando una sua ammiratrice lo scova e gli si propone come assistente, Ulysses (un favoloso Eric Cantona) deciderà di rimettersi all’opera, cercando di comporre la sua opera umana prima che artistica ricomponendo ciò che resta della sua famiglia. Anche se il lavoro artistico resta in secondo piano, Betbeder sottolinea come al fianco della responsabilità creativa ci sia quella umana e descrive con il suo stile sottotono e minimale, magari più convenzionale del solito in questo caso, una storia di redenzione che nasconde le lacrime dietro al sorriso, facendo emergere il candore del suo sguardo oltre i limiti del film stesso.

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Ed è con quel candore e quella tenerezza che Bonifacio Angius racconta il suo artista, il cantante folk sardo al centro di Ovunque proteggimi che racconta l’incontro tra due personalità ai margini e prossime alla patologia che partono alla ricerca di un piccolo angolo di normalità se non di felicità: Angius si lascia guidare dagli istinti dei personaggi, dall’impulsività dei suoi attori e con loro inciampa e sbanda, non preoccupandosi di controllare il film. Ma proprio in virtù di questa scelta e della tenerezza con cui li scrive e mette in scena rende il suo film, affettuoso, caloroso verso di loro e verso gli spettatori.

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