di Emanuele Rauco

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Si direbbe un’ovvietà affermando che il cinema iraniano moderno deve moltissimo al magistero di Abbas Kiarostami. Eppure questa ovvietà non è solo un modo di fare cinema fondamentale per un’intera generazione, ma anche un’eredità di pensiero e di filosofia umanista che un regista come Jafar Panahi omaggia nel suo film più recente, Tre volti, realizzato – come tutti i suoi film da quando è stato condannato dal regime – in condizioni di emergenza e semi-clandestinità.

Condizioni che si ritrovano anche nei personaggi del racconto: in questo caso una ragazza aspirante attrice che soffre per il rifiuto del padre di farle intraprendere la propria strada e si suicida, dopo aver chiesto aiuto ad un’attrice affermata con un video. Panahi, nel ruolo di sé stesso, accompagna l’attrice nei villaggi dell’Iran per cercare la verità su questa ragazza: il cinema come atto di responsabilità, quindi, come modo per intervenire sul mondo e cercare di cambiarlo, oltre che di capirlo, mettendosi in scena, ripensandosi, non nascondendosi dietro la finzione.

download.jpgPerché Tre volti è oltre il documentario o il meta-cinema, sceglie la via radicale che in letteratura è chiamata auto-fiction per raccontare un paese e la sua condizione umana, morale e sociale attraverso un continuo gioco di specchi tra il cinema come entità, come essenza più che come forma espressiva e il mondo di cui è specchio, la realtà di cui si nutre. Panahi sempre più disperde il posto del racconto, della creazione e dell’osservazione e fa spazio a una riflessione artistica che dall’infinitamente piccolo punta all’infinitamente grande, dal piccolo villaggio si fa voce di un mondo.

E il film scandaglia quel mondo attraverso uno stile fatto di luoghi e luoghi comuni, di facce, posti, volti e materie, che guarda a Kiarostami (esplicitamente nelle citazioni dei suoi memorabili campi lunghissimi) al suo spirito e alla sua forma ma sa farsi sostanza personale proprio nella scelta di lavorare di continuo – a partire dall’utilizzo di video e tecnologia leggerissima il cui rapporto con l’immagine ridefinisce il rapporto con la verità – con il nutrimento di ogni posizione ed espressione artistica, il mondo che ci circonda e in cui cresciamo, le sue pieghe e le sue falle. Un cineasta tra i più importanti del cinema contemporaneo, che i suoi contemporanei vorrebbero tenere chiuso in gabbia.

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