di Emanuele Rauco

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36 anni di Torino Film Festival. 2 volte 18, ossia due volte maggiorenne è diventato uno dei festival più variopinti, cinefili, aperti e istintivi d’Italia, uno di quelli che non ha linee editoriali e che si dedica completamente alla scoperta dei film. E proprio per questo, a cui fa eco l’ambizione di mappare il meglio di un’annata di festival in giro per il mondo, che dalle porte che il Festival (diretto da Emanuela Martini) non può che entrare l’attualità, il mondo in cui viviamo di cui il cinema è specchio e si nutre.

Prendiamo il film d’apertura, The Front Runner di Jason Reitman: nel raccontare la vera storia di Gary Hart, candidato alle primarie democratiche del 1988 e in forte odore di diventare presidente USA al posto di Bush sr., racconta il rapporto sempre più deformato tra media e politica, tra cosa è una notizia e cosa non lo è, tra come il pettegolezzo e la privacy abbiano o no senso rispetto a una figura pubblica, a qualcuno che vuole gestire una nazione. Reitman sa che il ruolo dei media oggi e la loro attuale crisi di credibilità nasce 30 anni fa e che nell’era delle fake news solo pesare attentamente il valore di una storia può dare nuovo slancio all’informazione: e allora anziché gettarsi a capofitto nel racconto, nell’emotività, nel furore sceglie la via pericolosa ma giusta e coerente dell’analisi, del distacco, della riflessione sul senso di ogni evento e di ogni personaggio, guadagnando in sostanza ciò che poteva essere emozione superficiale.

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La questione femminile, nei giorni contro la violenza sulle donne, ha poi un ruolo di primo piano, a partire dai film diretti da donne e che si fanno carico di portare uno sguardo femminile al cinema, non allineato esteticamente e geograficamente, come dimostrano un film polacco, 53 Wars di Ewa Bukowska, e uno sloveno, History of Love di Sonja Prosenc: il primo racconta di una donna, moglie di un reporter di guerra, che mette da parte le proprie ambizioni per far spazio al marito ma comincia a coltivare un stress post-traumatico sempre più acuto, come se fosse anch’essa coinvolta al confine. La guerra vista attraverso le donne, il posto della donna nella società e in guerra messo in discussione da una regista che sceglie di far partecipare lo spettatore non ai fatti ma alle percezioni della sua protagonista, portando la rappresentazione dell’amore e del dolore alle estreme conseguenze della prima persona, della psicosi come fatto stilistico in cui le coordinate del racconto cinematografico classico vengono scardinate e lo spettatore continuamente spiazzato.

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Ed è fortemente impressionista anche History of Love nel raccontare il percorso di una ragazza dopo la morte della madre in un incidente stradale, nel rapporto con il padre che ha una nuova storia e con un uomo che forse era l’amante della madre: un film di acqua (lei è nuotatrice, la macchina in cui viaggiava con la madre è finita in un lago) in cui la metafora è talmente evidente, abbracciata con trasporto da far scivolare il film nel puro impressionismo, in cui i ricordi e le sensazioni diventano la messinscena sensuale di un’intimità e di una personalità. Un’opera seconda sorprendente per stile, che dice di un autrice libera e promettente, che quando come questo festival lascia aperte le porte all’istinto e le chiude al raziocinio psicanalitico dà il meglio di sé.

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