Carlo Rovelli: poeti e scienziati fanno lo stesso lavoro?

di Francesco Amato

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Carlo Rovelli è uno dei divulgatori scientifici più noti e influenti del panorama italiano ed internazionale. I suoi libri sono stati tradotti in 41 lingue e hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo. Il fisico veronese si è sempre schierato contro i “nemici” della scienza, sostenendo la sua importanza nella cultura e cercando di renderla più comprensibile per tutti.

In una recente intervista, Rovelli ha parlato del ruolo dello scienziato nella società.

Così come un giornalista ha il compito di far conoscere l’attualità a chi legge, così lo scienziato ha il compito di trasmettere le proprie conoscenze. Tra i due, infatti, non vedo molte differenze”.

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Con queste dichiarazioni, Rovelli ragiona su come la scienza sembri, almeno in Italia, un “circolo chiuso”, qualcosa di non accessibile a tutti e, di conseguenza, qualcosa di cui si debbano occupare solo le persone che l’hanno studiata. L’ideale invece, sarebbe quella di far arrivare la scienza a chiunque, rendendola più accessibile e meno elitaria. Rovelli è sicuramente il divulgatore scientifico che più si impegna nel cercare di raggiungere questo obbiettivo, come ha fatto nel suo libro più famoso: Sette brevi lezioni di fisica.

Rovelli ha inoltre parlato di come il lavoro dello scienziato sia simile a quello del poeta. Entrambi infatti, portano il lettore in “mondi meravigliosi e lontani”, seppur con metodi differenti. Se lo scopo del poeta è quello di far sognare o emozionare il lettore, lo scienziato invece cerca di far capire meglio come funzioni il mondo nel quale viviamo e di far immaginare un futuro possibile.

Concludendo l’intervista, Rovelli ha criticato la politica, che per seguire i pensieri più populisti, si è schierata contro la scienza e gli studiosi, inquadrandoli come dei “nemici” che non abbiano il minimo interesse nel condividere le loro informazioni con i cittadini.

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