di Roberta Maciocci

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Applausi a scena aperta, ininterrotti, alla fine della proiezione dell’ultimo Festival di Cannes per In guerra, l’ultima fatica della consolidata coppia regista e protagonista di un film: rispettivamente Stéphane Brizé e Vincent Lindon. Non c’è tre senza quattro, perché quattro sono i film realizzati insieme.  In guerra è però il secondo dove si trovano a dirigere ed interpretare storie che hanno un importante comun denominatore: il lavoro.

La battaglia, la vera e propria guerra di ogni giorno per ottenerlo uno straccio di lavoro, ed altrettanto dura per tenerselo. La prima tematica, quella della fatica del cercare di avere un lavoro, soprattutto superata la cosiddetta mezza età e con figli a carico (peraltro disabili), era stata affrontata dai due nel precedente film, La legge del Mercato (2015). Lindon interpretava il ruolo di Thierry, un ultracinquantenne che riesce, penando, ad ottenere un lavoro di sorvegliante presso un supermercato e si trova di fronte a questioni morali e a un’altra guerra (tanto per cambiare), ma stavolta tra poveri. Ruolo che gli è valso, sempre a Cannes tre anni orsono, il riconoscimento di miglior protagonista maschile.

in guerra 2.jpgLa trama di quello che potremmo definire una nuova denuncia sulle effettive difficoltà, sempre crescenti, nel mondo del lavoro di questo In guerra, è diversa ma complementare. Un’azienda francese, la Perrin, specializzata in componenti del settore automobilistico e facente parte di una major tedesca versa in crisi. La soluzione escogitata per salvare i posti di lavoro è quella di chiedere una auto-riduzione del salario da parte di tutto lo staff dell’impianto (1100 operai più dirigenti ed amministrativi, pari a circa 4000 persone).

La tempistica dell’accordo firmato prevede un collettivo stringere la cinghia per la durata di cinque anni e viene siglato dalle parti. Dopo soltanto un paio d’anni, però, gli accordi vengono violati dalla decisione di chiudere i battenti. I lavoratori, capitanati dal sindacalista Laurent Amédéo (interpretato da Vincent Lindon) debbono scendere in trincea. Inizia la guerra vera e non soltanto per combattere la precarietà, argomento tristemente quotidiano in gran parte del Globo: quella per difendere il posto di lavoro.

Le armi sembrano sempre più spuntate, inadeguate a conquistare e mantenere un bene di primaria importanza. Il lavoro è la fonte strumentale ed unica per assicurare almeno beni di prima necessità. Un lavoro, anche se non qualificato e non aderente alla propria professionalità, cultura ed esperienza, come spesso accade in momenti di crisi economica e monetaria. Scendere in campo per estremismi religiosi, e cruentemente, è stupido e inutile, oltre che devastante e distruttivo: il diritto alla sopravvivenza, che passa anche e soprattutto attraverso il potersi assicurare vitto e alloggio (almeno) non ammette diserzione.

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In battaglia, non per mera conquista ma per difendere qualcosa che in teoria dovrebbe essere scontato ed assicurato ad ogni essere umano, seppure accettando compromessi di tipo economico e satisfattivo: non fare ciò per il quale si è sudato, studiato e non seguire, giocoforza, le proprie aspirazioni pur di sopravvivere.

L’impostazione di Brizé, coerente con quella della pellicola precedente è quella di trasporre, in modo documentaristico una situazione sì di estrema tensione ma che dovrebbe svolgersi a tavolino, come di fatto si vede in alcune delle scene. Amédéo/Lindon, fermo nelle sue richieste, sindacalista professionista e professionale che perde le staffe ma non troppo. Una maschera di freddezza che si incrina soltanto quando per forza di cose si trova a scontrarsi con il muro della scorrettezza. Qui non si tratta di chiedere aumenti o esigere bonus: i patti erano quelli di sacrificarsi in toto, mentre oltre al danno anche la beffa, e dopo neanche metà del tempo pattuito per l’auspicata ricrescita e il ritorno a regime.

E quello che dovrebbe essere un diritto, quello di veder rispettati accordi commerciali e non soltanto un gioco di ruoli sfocia paradossalmente in un atto sovversivo. Tafferugli, manifestazione e carica delle forze dell’ordine che seppur non volendoci e volendosi schierare politicamente ricordano quelle del Maggio Francese: scontri facinorosi tra chi la politica la fa in strada e nelle piazze e potere costituito, e non una rivendicazione di quanto sia dovuto per definizione. Il tutto girato sotto forma di reportage giornalistico, dove la narrazione è però partecipata e non eterodiegetica.

Il tradimento da parte dell’azienda, la lotta, lo scacchiere dove si muovono le parti all’interno e all’esterno delle fortificazioni materiali ed ideologiche che sono sempre quelle edificate e puntellate dalla legge del mercato. La guerra vera e propria. Cruenta e all’ultimo sangue, sangue amaro, peraltro. Perché i problemi economici derivati vanno a braccetto con il senso di non appartenenza, di de-locazione, come definito da sociologi e psicologi, sofferti da un individuo costretto continuamente a ricollocarsi dal punto di vista lavorativo.

Ottima la scelta di fare nuovamente squadra da parte dei due cineasti, nell’affrontare una tematica fondamentale. Grande l’affiatamento tra i due. Un sodalizio, una condivisione di “fatti della vita” che traspare dalle interviste allo stesso Lindon. Senza quegli ingredienti non sarebbe potuta esistere una naturalezza nel rappresentare situazioni che non hanno certo a che vedere con i lustrini e le luci della ribalta. Ci vogliono le capacità e le facce giuste, soprattutto nella finzione di argomenti tutt’altro che di fantasia.  Tanto è che la maggior parte dei partecipanti al film non sono attori di professione ma persone che nella vita svolgono le stesse mansioni rappresentate nella pellicola.

Sarebbe banale parlare di un film che affronta i problemi dell’uomo qualunque, dell’uomo della strada. Quindi preferiamo una definizione, non nuova ma rivisitata. In parte più aderente a quanto prevedevano le antiche distinzioni legate alle rappresentazioni teatrali, in parte al significato che viene dato al termine “tragico” ormai da secoli. In guerra è una tragicommedia. Nella ripartizione aristotelica, la tragedia non corrispondeva a un testo serioso e senza lieto fine, come parlando di commedia non ci si riferiva a una rappresentazione che facesse ridere il pubblico. La tragedia era quella che aveva per protagonisti personaggi importanti e famosi, mentre la commedia vedeva rappresentate le vicende del popolo: e questo film è una tragicommedia perché raffigura la situazione drammatica nella quale sfortunatamente versano gran parte delle persone qualunque. La guerra per la sopravvivenza, dove i soldati debbono scontrarsi con un’economia malata che favorisce lo sfruttamento e le leggi di mercato altrettanto viziate travalicano la giustizia.

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