di Emanuele Rauco

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Una volta diradate le pallottole, le esplosioni, i colpi marziali e le ossa rotta che felicemente abbondano in Red Zone, nel film di Peter Berg si può scorgere anche quanto questo tipo di cinema, declinato da artigiani pieni di passione e cura come Peter Berg possano arrivare a riflettere qualcosa dello spirito del tempo, come da sempre in fin dei conti fa il B-Movie (un libro come Invasion USA di Pier Maria Bocchi lo dimostra).

La vicenda vede protagonista un team nascosto della CIA che opera in segreto in missioni particolarmente complicate, anche diplomatiche: come quella di portare un poliziotto indonesiano, che ha deciso di disertare per fornire agli USA informazione anti-terroristiche sensibili, in aeroporto per fuggire. Ma nelle 22 miglia che separano l’ambasciata dall’aereo potrebbe accadere di tutto: e più o meno accade nella sceneggiatura di Lea Carpenter scritta con Graham Roland, che rimodellano il film action-bellico degli anni ’80 secondo gli standard politici e filmici (l’uomo da consegnare è Iko Uwais, portentoso protagonista dei due The Raid di Gareth Evans) della contemporaneità.

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E che gli anni ’80 siano il punto di partenza (quell’Invasion USA per la regia di Joseph Zito di cui si parlava prima) lo dimostrano le coordinate geo-politiche del film: tornano i cattivi russi, torna l’interventismo militare come forma di machismo politico per cui Trump è l’”evoluzione” di Reagan, torna il corpo come luogo di conflitto, qui definito dall’opposizione tra rilevanza fisica di quei corpi (ciò che fanno) e il loro essere “fantasmi”, agenti invisibili delle decisioni istituzionali (ciò che sono). Il punto di arrivo all’oggi è proprio nella mancanza di confini e nel lavoro sul confine come tema ad ampio raggio, sull’impossibilità e l’inutilità – forse – di definirli: nessuno può davvero essere etichettato o definito e nessun posto, anche ora che ogni luogo è geo-locazzibile, è immediatamente percepibile, tanto le 22 miglia che sembrano migliaia di chilometri quanto una stanza con dentro due persone, Baltimora è pericolosa come Baghdad e un assassino può sempre sembrare un eroe.

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Red Zone questo ce lo dice fin dalla prima sequenza in cui il chi è chi è incerto per quasi tutta la sua durata e lo ribadisce anche con le scelte cinematografiche: Berg, anche per sottolineare l’iperattività del protagonista, monta in modo frenetico anche i semplici dialoghi, come se ogni luogo fosse un campo di battaglia perché di fatto lo è e per il resto che l’azione scorra incessante per un’ora e mezza senza distinzioni, tempi morti (il background del protagonista è sintetizzato nei titoli di testa), steccati. Berg – che non ha l’eleganza e l’inventiva di Evans nell’azione, si vede, ma non è un gran problema – condensa questi elementi in modo naturale, nella confezione di un film d’intrattenimento a medio budget dai modi secchi e dall’azione incalzante. Un B-Movie, ma con la B maiuscola.

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