Viola Davis cattura tutti nella sua tela in Widows di Steve McQueen

di Luca Ingravalle

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Ci sarebbe molto per cui Steve McQueen andrebbe ringraziato.

Per il suo primogenito Hunger, che ha lanciato un allora inedito nastro nascente che oggi conosciamo sotto il vero nome di Micheal Fassbender.  Per il suo secondo genito Shame, che ha confermato il talento di quest’ultimo e ha garantito allo stesso McQueen di sedersi nell’empireo degli autori più coraggiosi e riconoscibili degli anni duemila e non.

Ancora, per il suo terzogenito 12 Anni Schiavo, con cui ha strizzato il primo occhiolino ad Hollywood, ma non per questo ha tradito il suo gusto e la sua missione: dare voce agli “arrabbiati”, a chi, per un motivo o per un altro, è stato privato della propria dignità e del proprio diritto di vivere e lotta per riconquistarli.

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Oggi lo ringraziamo per il suo quarto figlio Widows, pellicola che ha come centro narrativo la storia di tre donne rimaste vedove dei loro mariti uccisi durante una rapina. Minacciate da un politico coinvolto in cellule criminali,  a cui i loro uomini avevano rubato due milioni di dollari e, decise a dare una svolta alla loro nuova vita,  le tre vedove mettono in atto una nuova rapina progettata dai defunti mariti.

Il film scritto a quattro mani insieme a Gillian Flynn, autrice del pluripremiato Gone Girl e della più recente serie televisiva Sharp Objects in onda su HBO, ha tutte le carte in regola per essere considerato il debutto definitivo di McQueen negli uffici di Hollywood. E lo è, in qualche modo, senza essere necessariamente il male annunciato che alcuni critici avevano previsto.

Diciamolo senza troppi indugi: Widows è un film d’azione. Lo è in maniera spudoratamente autoriale, ma lo è.  Un film d’azione realizzato bene, diretto ancora meglio, architettato con cura nelle sue scene di rapina memorabili tutte al femminile. E questo è già un dato di fatto da prendere in considerazione: anche un film d’azione realizzato con i fiocchi è cosa rara ai giorni nostri e il fatto che possa piacere non è cosa di cui vergognarsi.

In più, rimane un film di Steve McQueen. Non il più personale forse, ma sicuramente uno dei più riconoscibili.

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L’universo in cui le vedove agiscono è un purgatorio in cui i politici ruotano attorno ai criminali, in cui i pastori danno più peso agli endorsment che alla parola evangelica, un girone in cui un giovane innocente viene ancora ucciso dalla polizia perché di colore e dove dei padri di famiglia portano il pane a casa rubandolo ad altri. E ancora, un mondo, quello mostrato dal regista, in cui una donna è costretta a rapinare una volta perso il marito, perché l’appoggio dello stato è inesistente, perché la povertà sembra essere diventata un passaggio obbligato ancora più del razzismo nell’America di oggi. Riconosciuti questi punti, sembra che questo nuovo capitolo della filmografia di McQueen differisca solo per genere e non per contenuto dai suoi suoi precedenti film.

Si ringrazino dunque le vedove. Una nera, una ispanica e una bianca con l’aggiunta di una driver tostissima di colore. Una moglie minacciata dalla criminalità, una madre allo sbaraglio che vede il fallimento della sua impresa, una ragazza vittima di violenze dal marito defunto e costante soggetto di sessismo per il suo aspetto e la sua bellezza, anche da parte di altre donne.

“ Solo un visual artist come Steve McQueen poteva trasformare queste donne comuni in giustiziere delle notte, eroine di diversa razza ed etnia “ dice fiero Liam Neeson che nel film è Harry, il marito di Veronica.

Ed è effettivamente vero. In questo sconfortante ritratto di criminalità e crollo dei valori, sta a loro riaffermare la giustizia mettendosi sullo stesso piano degli uomini che per un motivo o per un altro minacciano la loro esistenza. Lo fanno con estrema forza e senso del dovere, senza piangere, come afferma la protagonista Veronica, perché il lavoro è grande, e nessuno le crede capaci di portarlo a termine.

Le attrici affrontano il materiale consapevoli della sua importanza.

Ognuna di loro, nessuna esclusa, ha compreso con estrema efficacia il fuoco del proprio personaggio e il risultato è un affresco vario e diversificato della più vasta gamma di sentimenti.

C’è la Linda della brava Michelle Rodriguez, che lotta per i figli e per il negozio che le hanno chiuso con forza e vulnerabilità. C’è Belle, driver della squadra, interpretata dalla grintosa Cynthia Erivo, appena reduce dall’acclamata trasposizione del Colore Viola a Broadway, e la sorpresa del film, Elizabeth Debicki, la cui biondissima Alice combatte contro un mondo che la vede in costante difetto per la sua bellezza. E’, in realtà, la più scaltra, la più reattiva e la più coraggiosa del gruppo. La Debicki è brillante nel ritrarla e a conferirle questa raffinata potenza che neanche il suo personaggio crede di possedere.

E poi c’è lei, l’unica e inimitabile. E’ di una bravura imbarazzante Viola Davis in questo film. Talmente brava che rischia di intimidire, come ha affermato la sua co-star maschile Liam Neeson.

La sua Veronica piange il marito e si ricompone nell’arco di un secondo, vive la sua solitudine soffocante e si rialza organizzando una rapina, nel frattempo sopporta il lutto, gestisce una squadra, tesse la sua tela come una vera vedova nera, viene minacciata di morte, viene tradita e assiste mano a mano alla scomparsa di tutti i suoi cari.

Un ruolo così dettagliato, così ben scritto eppure così complesso ed esigente avrebbe terrorizzato chiunque. La Davis lo raccoglie con compassione e rabbia e lo racconta senza risparmiarsi. Questa prova è da aggiungere al suo personalissimo podio ed è presto detto che  nessuna cinquina di Miglior Attrice a fine anno sarebbe completa senza il suo nome.

Nel suo personaggio e nella sua storia risiede la peculiarità e il coraggio di questo film che sin dalla sua apertura ne mostra la grandezza: una donna nera, sensuale con i suoi chili e le sue forme, splendida con la sua pelle non schiarita da nessun trucco e nessun inganno, bacia un uomo bianco, senza essere la sua amante né la sua cameriera. E’ sua moglie. E in quel letto tra bianco e nero non c’è nessun muro c’è solo un ponte. Il ponte che il regista auspica dalla fine di 12 Anni Schiavo e che in Widows sembra suggerire di aver trovato, nonostante tutto.

In questa semplice immagine il regista dichiara il suo auspicio e firma il suo testamento, immagine che con molte probabilità non ritroveremo quest’anno al cinema, né l’anno prossimo, ed è proprio vero che la semplicità non è un punto di partenza ma un punto d’arrivo e, questo, solo i grandi lo capiscono.

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