Il nuovo romanzo di Alessandro Curti: Siamo solo piatti spaiati, quando i padri incontrano i figli

di Beatrice Andreani

maxresdefault (2).jpg

Siamo solo piatti spaiati. E’ questo il titolo del quarto romanzo di Alessandro Curti. Dopo Padri imperfetti, Mai più sole e Sette note (scritto in collaborazione con Cinzia Tocci), torna il tema dell’adolescenza vissuto attraverso gli occhi di un ragazzo, Davide.

Il protagonista si ritrova a fare i conti con un ambiente diverso da quello ovattato e protettivo della famiglia. Lontano da casa, solo e davanti ai propri errori, Davide affronta un vero e proprio viaggio fisico e interiore, che ha inizio in una macchina della polizia, simbolo del delicato passaggio che avviene tra il periodo dell’adolescenza e quello dell’età adulta.

Il tema dei primi libri sull’educazione dei figli narrata attraverso le figure genitoriali, con Piatti Spaiati sembra cambiare punto di vista. E’ Davide ad essere al centro delle complessità delle relazioni umane in un periodo fragile come l’adolescenza.

125ba1ba-972e-4bba-b6aa-9a86774131d9_large“Il tema delle relazioni umane>>, afferma l’autore, <<è sempre al centro del mio interesse sia per abitudine professionale che per curiosità personale. Nei romanzi precedenti ho sempre narrato questi aspetti ponendo i personaggi più o meno sullo stesso livello, attraverso un’osservazione dall’esterno. In Siamo solo piatti spaiati ho deciso di dare voce a Davide, come narratore, per farlo apparire più vivo e di conseguenza umano, vicino al lettore, quasi in carne ed ossa.

La scelta dell’esperienza della custodia cautelare (un tema con cui mi sono confrontato più volte nella mia esperienza di educatore in comunità) è stata per raccontare una situazione estrema ma che può diventare realtà per tanti adolescenti che non pensano alle possibili conseguenze che alcune loro azioni possono provocare. E’ una situazione di grande crisi che potrebbe mettere in scacco chiunque ma che può essere attraversata.

E poi è forse anche un po’ la metafora dell’adolescenza: quel periodo della vita in cui ti sembra di essere onnipotente ma, al contempo, ti senti in gabbia perché l’esistenza ti limita molto più di quanto vorresti”.

Tuttavia, oltre il ruolo assunto dai genitori nella crescita e nella formazione dei figli, un’altra figura decisamente rilevante si fa strada. Accanto al personaggio di Davide c’è Andrea: un educatore che guarda il ragazzo muoversi e districarsi nei rapporti sociali e nella relazione con la famiglia. Ma, soprattutto, nella ricerca di sé stesso: “Normalmente si dividono le figure educative in naturali e professionali. Le prime (i genitori in primis) sono governate dal cuore: nonostante si cerchi di razionalizzare ogni scelta educativa sono le emozioni il vero motore. Gli educatori professionali, invece, fanno in modo che le loro azioni siano guidate dalla ragione perché all’interno di un progetto specifico di percorso educativo. Non che nella professione non ci sia spazio per le emozioni, anzi. Ma sono certamente meno “arcaiche” delle relazioni educative naturali.

Esiste poi un altro tipo di educatori che un collega e amico definisce “del terzo tipo” cioè coloro che educano di professione ma che sono anche genitori, come nel mio caso. E qui diventa tutto più complesso perché cervello e cuore fanno davvero fatica a trovare un equilibrio.

E’ comunque abbastanza lapalissiano sottolineare l’importanza delle figure educative oggi. La vera domanda, secondo me, dovrebbe essere chi nella società odierna riveste questo ruolo. E purtroppo non posso che rispondermi che il mondo adulto sta un po’ abdicando alla propria funzione educativa aspettandosi che sia sempre qualcun altro ad assumersene l’onore. Con il risultato che, quando una cosa dovrebbero farla tutti, si rischi che non la faccia nessuno”.

Quando si è lontani dalle proprie sicurezze si è messi alla prova. La lontananza da casa, dagli affetti e dalle abitudini portano Davide a porsi delle domande, a cercare delle risposte e a dover contare solamente su sé stesso.

Spesso viene chiesto ai giovani di diventare grandi troppo presto, mentre alcuni adulti vivono troppo a lungo nell’immaturità e nell’incapacità di assumere autorevolezza, ma questo non significa che i ragazzi debbano esimersi dalle responsabilità che seguono le loro azioni: “La responsabilità del mondo adulto nella formazione degli adulti di domani è certamente tanta ma non esclusiva. Il processo educativo necessita di un educatore e di un educando. Il primo deve mettere in campo tutti gli strumenti in suo possesso ricordando però che l’educando è un soggetto senziente e dotato di libero arbitrio. Quindi anche gli adolescenti hanno una grande responsabilità nel diventare gli adulti di domani, compiendo scelte funzionali. Altrimenti l’educazione diventerebbe addestramento”.

Rispondi