Menocchio e il libero pensiero di un impavido mugnaio

di Laura Pozzi

Menocchio-outoutmagazine1.jpgAlberto Fasulo, classe 1976 fa il suo esordio alla regia nel 2013 con Tir. La sua idea di cinema in apparenza semplice, ma nella sostanza molto più stratificata e complessa di quanto possa sembrare non passa inosservata tanto che il film verrà premiato con il Marc’Aurelio d’Oro all’ottava edizione del Roma Film Festival.

In quell’opera dal forte impianto documentaristico il regista seguiva con una macchina da presa sempre molto vicina ai corpi la monotona e a tratti frustante vita di Branko, un camionista di nazionalità croata che con il suo pesante automezzo lavorava per una ditta di trasporti italiana. La vera insoddisfazione del protagonista nasceva dalla rinuncia forzata del suo lavoro d’insegnate, reo di non garantire uno stipendio adeguato alle sue esigenze e soprattutto a quelle della sua famiglia.

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In Menocchio, nelle sale dall’ 8 novembre distribuito da Nefertiti Film, Fasulo cambia completamente registro narrando le vicende di un personaggio a lui particolarmente caro e vicino non solo geograficamente, ma decisamente poco noto ai più. Siamo nel ‘500 (ma ben lontani da un film in costume), Domenico Scandella detto Menocchio è un oscuro e riservato mugnaio friulano. In piena epoca di Controriforma le sue idee sulla Chiesa di Roma, vengono considerate pericolose eresie partorite da un uomo probabilmente fuori controllo e sotto l’influsso di qualche demone invisibile. Da qui parte un drammatico processo che vedrà coinvolto non solo l’impavido mugnaio, ma l’intera comunità di Montereale Valcellina.

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Il suo continuo mettere in discussione il Figlio di Dio, il non credere alla verginità della Madonna, il suo denunciare apertamente ricchezze e fasti della chiesa lo condurranno dritto davanti al tribunale dell’Inquisizione, costringendolo con subdoli ricatti ad abiurare, anche se come vedremo non in maniera definitiva. Lo scopo del regista come evidente non è semplicemente raccontare le varie fasi di un processo crudele e lacerante, ma puntare il dito su una problematica tristemente attuale ancora oggi. Menocchio pur essendo semianalfabeta è un uomo pensante, capace di sentire e formulare attraverso l’osservazione della natura un credo autentico e personale. Proprio in virtù di questo la sua libertà di pensiero viene vista come un qualcosa di mostruoso da esorcizzare ad ogni costo. Una situazione non molto dissimile dalla realtà attuale dove il diverso è visto come una minaccia per la nostra quotidianità e per le nostre false e rassicuranti certezze. Il solo coraggio di Menocchio non può di certo cambiare le cose, ma instillare qualche dubbio e considerazione sì. E Fasulo lavora proprio su quest’idea audace, ma assolutamente necessaria. Per rendere al meglio una vicenda controversa e dagli innumerevoli risvolti, ha lavorato alla sceneggiatura per cinque lunghi anni, attraverso un complesso lavoro storiografico che prende le debite distante dal libro di Carlo Ginsburg Il formaggio e i vermi, per concentrarsi interamente sugli atti processuali. Il film nella sua sobrietà e nell’ottima fotografia puntellata da suggestivi chiaroscuri simili a pennellate caravaggesche ricostruisce i fatti in modo non didascalico, ma avvolti da un’austera solennità. Fasulo dimostra una cura delle immagini davvero fuori dal comune e nonostante l’argomento trattato emana una seducente luminosità e un sapore antico difficilmente riscontrabile nel cinema moderno. Il tutto reso ancor più potente dal volto indomito e vissuto di Marcello Martini un attore non professionista, capace con uno sguardo di trasmettere tutta la vacuità del mondo circostante. Un mondo che nonostante sia passato più di mezzo secolo continua ostinatamente a rivivere la propria storia, evitando accuratamente di fare ammenda dei propri errori e condannandosi inevitabilmente ad una morte annunciata di cui sentiamo ancora echi troppo lontani.

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