di Luca Ingravalle

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Sono passati nove, lunghi, lunghissimi anni da quando Un Gelido Inverno – Winter’s Bone ha fatto irruzione nei cinema di tutto il mondo senza fare prigionieri: quattro nomination all’Oscar (miglior film, attrice protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura non originale ), discreto successo al botteghino indie con un incasso di quasi venti milioni di dollari a fronte di un budget di soli due milioni, responsabile del ritorno alla ribalte di un gigante quale Jonh Hawkes e della consacrazione definitiva e fuorviante di una delle scoperte più luminose dell’ultimo decennio, Jennifer Lawrence.

Nove anni dopo, la regista del film Debra Granik firma il suo ritorno al cinema con Senza Lasciare Traccia- Leave No Trace, un lavoro di magistrale efficacia che da corpo a una filmografia già chiaramente a fuoco.

Tratto dal romanzo My Abandonment di Peter Rock ( ispirato da una storia realmente accaduta ) e adattato per lo schermo dalla Granik e la sua storica collaboratrice Anne Rosselini, Senza Lasciare Traccia è stato presentato in anteprima mondiale al Sundance, Festival in cui la regista è da anni un abitué, e a Cannes, raccogliendo in entrambi casi consensi unanimi da critica e pubblico.

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Il film segue le vicende di un padre e una figlia che dalla nascita di quest’ultima hanno vissuto in condizioni anomale, fuori dalla società, spostandosi di parco in parco, di riserva in riserva, fino a stabilizzarsi nel Forest Park, immenso bosco situato a Portland in Oregon.

Una volta scoperti, Will e Tom vengono costretti a lasciare il bosco e reintegrarsi in un ambiente a loro ostile, affidati agli agenti sociali. La difficoltà di Will a stabilizzarsi li spinge, però, ad allontanarsi e ad addentrarsi nella natura più selvaggia in un viaggio che metterà a dura prova il già delicatissimo equilibrio tra le necessità dell’uno e i bisogni dell’altra.

Sin dai tempi del suo primo film Down To The Bone, fino al successo di Un Gelido Inverno, la cinepresa di Debra Granik si è sempre spostata nella stessa direzione, come l’ago di una bussola alla ricerca del Nord. Ha esaminato con estrema cura coloro i quali conducono le proprie vite ai margini delle realtà sociali, chi per obbligo chi per necessità, ma tutti con l’unico grande obbiettivo di preservare la loro indipendenza e dignità umana da qualsiasi minaccia proveniente dal mondo esterno al loro microcosmo.

Non chiedere ciò che ti dovrebbe essere offerto” pronunciava sentenziosa la Ree Dolly di Jennifer Lawrence in Winter’s Bone, battuta che è già cult nell’immaginario pop femminista di cui forse proprio Ree è da considerare una delle prime pioniere. Il personaggio della Lawrence, ai tempi, è stato applaudito e definito come uno dei ruoli femminili più forti e coraggiosi mai stati scritti e interpretati. Agiva in solitaria alla ricerca del padre scomparso e indebitato con le autorità locali,  per poter garantire ai suoi fratelli una vita dignitosa seppur estremamente povera.

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Questo senso di responsabilità e dovere è presente nella giovane Tom di Senza Lasciare Traccia, interpretata dalla promettente neozelandese Thomasin Mckenzie, ragazza con un’intelligenza sopra la media e figlia premurosa che fin dalla nascita si trova a dover accudire silenziosamente suo padre, ex veterano, e assecondare le sue esigenze non conformi a un qualsiasi tipo di integrazione sociale che una ragazza di quattordici anni dovrebbe poter vivere.

Non è sola come Ree, insieme al padre forma una squadra apparentemente infallibile: Will le dona tutto quello che sa sul mondo, la sua conoscenza, i mezzi per poter sopravvivere nella foresta e lei le dona un cerotto umano per risanare tutte le ferite che la guerra gli ha causato. La Granik ritrae loro come fossero i novelli Prospero e Miranda di Shakespeare, li riprende nella quotidianità all’interno della loro piccola “oasi” mostrandone le abitudini, la routine, le modalità di sopravvivenza che negli anni hanno acquisito, fino ad arrivare all’ultima “tempesta” il cui manifestarsi costringe Will e Tom a fare i conti con i termini del loro rapporto fino a quel momento apparentemente solido.

L’occhio con cui la regista decide di osservarli è l’elemento che eleva questo film a un piccolo grande capolavoro. Il suo è un realismo feroce attorno al quale tutto si sposa, dalla sceneggiatura alle interpretazioni, dal tecnicismo della macchina da presa fino alla rappresentazione dei luoghi e dei loro abitanti. E’ un vero e proprio, inspiegabile, miracolo la modalità in cui Granik mette in scena questo microcosmo in costante espansione, dove tutto è asciutto eppure tutto è bagnato di dolore, di pioggia e di fango dove ogni sentimento è trattenuto, impegnato nella sopravvivenza, e allo stesso tempo palpabile e corporeo.

Leave No Trace è si un film “sociale”, nella misura in cui l’analisi della psicologia di un ex veterano e la sua immersione nel mondo reale conferiscono alla pellicola tale appellativo ma è anche e soprattutto un film “familiare”. L’originalissimo e sofferto rapporto tra Tom e Will, padre e figlia, amico e amica, compagno e compagna, è alla base di un racconto che non gioca con il sentimentalismo ma ci gira attorno con estrema cura, grazie anche al lavoro di  due interpreti giganteschi.

L’attenzione di Ben Foster e Thomasin Mckenzie nel restituire i chiaroscuri dei loro personaggi è  minuziosa e sono entrambi magistrali nell’affidare ai silenzi le risposte dei loro tormenti. Il loro dialogo disperato termina di fronte a un bivio e così il film, fino alla fine privo di un vero e proprio antagonista, ne individua uno nell’impossibilità di incontro tra due forze destinate a sopravvivere in una dimensione che oscilla tra viaggio e attesa.

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