di Chiara Maciocci

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Presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, il nuovo capitolo della saga Millennium – Quello che non uccide (The Girl in the Spider’s Web) porta sul grande schermo una Lisbeth Salander del tutto mutata: non solo cast e regia sono cambiati, ma l’intera vicenda prende le mosse, anziché dalla trilogia di libri originaria, dal quarto libro della serie, uscendone differente sia nella trama sia negli intenti.

Lisbeth in primis, interpretata dall’attrice inglese Claire Foy (al posto della Rooney Mara di Millennium – Uomini che odiano le donne), appare come de-erotizzata e de-sensualizzata, interpretando il suo ruolo di hacker informatica in una maniera forse meno adulta, più fragile e bambina. Nel vortice di corruzione e violenza in cui lei e il giornalista Mikael Blomkvist (non più Daniel Craig, bensì Sverrir Gudnason, il Björn Borg di Borg McEnroe) verranno trascinati irreparabilmente, non troveremo più le immagini disturbanti degli altri film, bensì un modo di presentare la storia più da superficie, levigato e, infine, meno aggressivo.

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Ma che ne venga fuori un film diverso, non solo dai film precedenti della saga, bensì in generale, è negli intenti del regista Fede Álvarez: “Per me, laspetto principale che descrive questo film è che non rassomiglia a nientaltro, ed è questo laspetto che cerco sempre come regista quando si tratta di scegliere un progetto. E in questo caso cera qualcosa di molto particolare, che mi ha dato lopportunità di fare un film che sapevo che non doveva essere paragonabile a nientaltro. Nessuno si aspettava che sarebbe stato qualcosa di unico. È una strana combinazione tra un film dazione, un ottimo dramma, un thriller, un thriller noir – un noir nordico, come si chiamano oggi – e per di più è tratto da un libro. Dunque, erano presenti tutti questi elementi che, combinati in una maniera peculiare, lo hanno reso un film molto, molto diverso da tutti gli altri.

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Perciò, Millennium – Quello che non uccide si configura come una versione più soft, amichevole e multiforme di una storia dai tratti, forse, troppo duri e scuri per poter permettersi di abbracciare un pubblico abbastanza vasto; quello che ne risulta è un film che tenta di avvicinare la sua eroina allo spettatore, facendone emergere la storia dell’infanzia e, infine, mettendola sulla giusta strada per rappresentare la James Bond femminile che questi tempi richiedono a gran voce.

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