di Valerio Serafini

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San Michele aveva un gallo è la pellicola dei celebri registi italiani Paolo e Vittorio Taviani, scelta e restaurata per essere proiettata alla Festa del Cinema di Roma come tributo alla carriera dei due fratelli e, in particolare, alla memoria di Vittorio Taviani, deceduto ad Aprile del 2018. La proiezione del film è stata introdotta dal regista statunitense Martin Scorsese, protagonista di un’intervista svolta con domande fatte da studenti di cinema presenti tra il pubblico alla proiezione.

Seguendo le indicazioni del regista di Taxi Driver, si può descrivere San Michele aveva un gallo come un film politico che parla di rivoluzione, ma non in maniera didattica, bensì attraverso l’espressività di indole artistica che contraddistingue l’intera produzione dei fratelli Taviani. Il protagonista è l’anarchico internazionalista Giulio Manieri, il quale, a seguito del fallimento di un tentativo rivoluzionario in un piccolo paese umbro, viene condannato a morte. Tuttavia il rivoluzionario viene graziato e condannato invece all’ergastolo. A questo punto la condizione psichica di Manieri sfocia nella pazzia e lo vediamo inscenare discussioni con i suoi vecchi compagni, i quali oramai sono tutti, o quasi, tornati in libertà alle loro occupazioni precedenti. Dopo dieci anni Manieri viene trasferito in un’altra prigione e, lungo il percorso verso la struttura, incontra i nuovi rivoluzionari, i quali incarnano la sconfitta e mutazione degli ideali per i quali aveva rinunciato alla sua libertà.

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Insomma, lungi dalla facile didattica, questo film ci mostra crudamente cosa significa possedere degli ideali e, soprattutto, se si possa ammettere fino in fondo questo possesso, data la natura cangiante dello spirito umano. Ciò è testimoniato da una situazione, quella che Manieri trova dopo dieci anni di reclusione in isolamento, dove l’ideale di rivolta contadina, in cui il protagonista credeva e aveva anche riposto l’ultima briciola di identità psichica rimastagli, è totalmente tramontato.

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