An Impossibly Small Object: il buco nero della foto esplorato tramite il flusso del cinema

di Valerio Serafini

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Il regista olandese David Verbeek, per la prima volta alla Festa del Cinema di Roma, si presenta al pubblico con An Impossibly Small Object, un film alle prese con l’esistenza di un fotografo, del suo lavoro, ossia la foto, e del soggetto fotografato.

L’intento della pellicola è da subito chiaro e consistente nel mettere sottosopra l’esperienza del fotografo davanti al suo lavoro, rivoltarla, per farne uscire quella che potrebbe essere l’essenza di questo viaggio introspettivo alla base del quale risiede, appunto, la visione della foto, e che finisce per proiettarsi su di essa.

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Durante la prima parte del film ci troviamo a Taipei, dove un giovane fotografo olandese, interpretato dallo stesso David Verbeek, girovaga di notte alla ricerca di scatti da inserire nella sua nuova serie di fotografie incentrata sullo stato della periferia orientale. Accade che, una notte, il fotografo si imbatte in una bambina, che fa volare un aquilone luminoso stretta tra capannoni di una povera zona residenziale di Taipei. Quella appena descritta è l’immagine, o meglio la fotografia, attorno alla quale gira la trama della pellicola, foto per mezzo della quale il protagonista esplorerà, prima della sua stessa infanzia, quella immaginifica della bambina colta immobile dall’obiettivo della fotocamera.

È proprio questa posizione di stasi fotografica che il film di Verbeek tenta di esplorare, giocando con il tempo della foto in generale, la quale, almeno questo parrebbe essere il pensiero del regista, è fuori dal tempo, anzi, il tempo lo accumula dentro di sé come un oggetto infinitamente piccolo, noto anche come buco nero. In questo modo essa permette a chi la osserva di esplorare ogni coordinata temporale che si intrecci con il soggetto fotografato attraverso la propria immaginazione (ad esempio potremmo voler seguire quella bambina sino alla soglia della vecchiaia e addirittura avere con lei una conversazione, che abbia il potere di risvegliarci dal torpore di una vita solitaria troppo a lungo protrattasi…).

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An Impossibly Small Object è il lavoro di un regista che ha voluto intraprendere un tentativo di studiare le due arti a cui si sente più prossimo, la fotografia e il cinema, e fare questo sollecitando entrambe queste pratiche artistiche tramite il loro utilizzo combinato (durante il film vediamo bloccarsi diversi fotogrammi e divenire vere e proprie foto). Il film si fissa trasformandosi nella foto che poi tenterà di sviscerare nel maggior grado possibile: un oggetto infinitamente piccolo e singolare, la foto, esteso da un flusso incessante e plurale, il film. David Verbeek realizza un film potente ed eccitante grazie al velo di mistero con cui si adorna furbamente solo in maniera parziale; insomma, un prodotto derivato da uno studio artistico, il cui risultato si affianca elegantemente al materiale da studiare.

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