di Angelo Genovese

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Questa storia è una replica dell’originale“. Con queste esatte parole, comincia Museo – Folle Rapina a Città del Messico – opera seconda di Alonso Ruizpalacios, vincitrice dell’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura alla Berlinale 2018.

Il regista e sceneggiatore messicano aveva esordito, nel 2014, con il sorprendente – e mal distribuito in Italia – Güeros, nel quale si potevano, già, ben percepire le sue potenzialità. A una maniera similare a quella del lungometraggio di debutto, Museo è un heist movie sgangherato, folle e, a tratti, onirico – fatto di suspense e inquadrature meticolose e, visivamente, attinenti – che racconta la storia vera di due studenti universitari intenti a svaligiare il Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico, durante la Vigilia di Natale; per, poi, rivenderne i reperti a dei famigerati mercanti d’arte.

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Pur essendo, facilmente, incanalabile nel genere crime, il film ha il sapore di un’avventura a metà tra i classici polizieschi degli Anni ’50 e ’60 e le storie alla Indiana Jones e derivati; ad eccezione di una sequenza dagli echi felliniani, che rimanda, direttamente, a La Dolce Vita. Già dal prologo, si denota uno stile registico a dir poco ipnotico: davanti a noi, vediamo una classe di bambini in visita al museo messicano già citato, con il sottofondo di un coro che intona un brano, al tempo stesso, inquietante e incantevole sulla morte – elemento caratterizzante del folklore latino-americano e primo riferimento, nel plot, ai conquistadores precolombiani nei quali s’identifica il protagonista. Subito dopo, invece, colpiscono i titoli di testa, che sembrano essere un dichiarato omaggio al Premio Oscar Saul Bass – illustratore statunitense e autore dei particolarissimi titoli di alcuni dei capolavori del cinema hollywoodiano della seconda metà del XX secolo, tra cui La Donna che Visse Due Volte e Intrigo Internazionale.

In superficie, Museo è, allo stesso modo, una meravigliosa celebrazione della storia e della cultura messicane del passato – nella quale si fa un accenno alla leggenda che lega il popolo Maya a qualche possibile civiltà aliena – e una riflessione sul valore dei beni artistici di una nazione – e su come essi vengano, poi, trafugati da un luogo all’altro, per dar vita a un numero sempre maggiore di luoghi di culto dove poterli ammirare, pagando, semplicemente, un biglietto d’ingresso.

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Scavando più a fondo, però, troviamo qualcosa di altrettanto prezioso. Nel personaggio con il volto del vincitore di 1 Golden Globe, Gael García Bernal – in una magnetica e intensa interpretazione – si scorge, ad esempio, una predisposizione al sogno e all’immaginazione tipica di una fanciullezza senza età: non a caso, il ragazzo viene soprannominato “nano” o, peggio ancora, “cretino” dai parenti che lo preferirebbero vestito da elfo piuttosto che da Babbo Natale – la cui favola millenaria viene, peraltro, smontata e definita una trovata capitalista. Ma c’è anche il tema del provincialismo, che dà molto fastidio sia a Juan che a Benjamin: entrambi non combinano nulla di concreto, non sono molto propensi a concludere gli studi in veterinaria e vogliono lasciare il distretto di Satelite – dove “la gente gira, ripetutamente, in tondo e finisce per morire dalla stanchezza del dolce far niente”.

A convergere, nell’ultima parte, sono, infine, altri due notevoli aspetti, esposti per metafore: la famiglia e il confine tra realtà e finzione. L’importanza, spesso sottovalutata, degli affetti personali e delle opere d’arte per l’essere umano – “Solo quando perdi qualcosa, ne comprendi il valore” – e il rilievo di una storia fittizia rispetto a quella reale su cui è basata – “Perché rovinare una bella storia dicendo la verità?”. In tal senso, Ruizpalacios pone un quesito metafilmico di grande spessore, partendo dalla sua creatura cinematografica per espandersi a tutto il cinema stesso.

Museo ha avuto la sfortuna di uscire negli USA a pochi mesi di distanza da Roma, di Alfonso Cuarón; che lo ha, giustamente, scalzato dal titolo di competitor messicano per l’Oscar 2019 al Miglior Film Straniero. Nonostante ciò, ne sentiremo, sicuramente, parlare ancora: Alonso Ruizpalacios è l’ennesima rivelazione latina del grande schermo e la sua ascesa è appena agli inizi.

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