di Lorenzo Bagnato

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Il dottor Stranamore è un film decisamente strano. Proiettato in retrospettiva alla Festa del Cinema di Roma, rappresenta il primo ma deciso passo di Stanley Kubrick nel suo stato di grazia divina che proseguirà fino alla morte, avvenuta nel 1999. Per la prima volta nella sua filmografia si può parlare di vera e propria filosofia kubrickiana. Nei film precedenti, fino a Lolita, il frutto maturava appeso al solido ramo del cinema classico americano, ma con Stranamore si lascia andare per posare le proprie radici.

Uscito nel 1964, in prima lettura il film è una dissacrante commedia satirica sulla guerra fredda. I leader politici e militari che vediamo su schermo sono buffe caricature della classe dirigente russa ed americana del tempo. Sono grezzi, ignoranti, viscidi e provinciali; non hanno la minima idea della responsabilità che portano sedendo dove siedono, e giocano alla guerra divertendosi come matti mentre i poveri segretari annotano i loro deliri.

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Dopo circa un’ora e mezza, tempo standard per una commedia anni ‘60, il film volge al termine. Lo spettatore medio non si aspetta altro che una punchline finale. Una specie di “Nessuno è perfetto.” seguita dalla bianca ed allegra scritta “The End”; canone tipico di tutte le commedie classiche americane.

Eppure non c’è nessuna punchline. Non c’è nessuna scritta bianca ed allegra. La battuta finale contiene un elogio al Fuhrer. Le ultime inquadrature mostrano funghi atomici che deflagrano il nostro pianeta. C’è qualcosa che non va, ricominciamo.

Alla seconda visione lo spettatore non ride più. Sorride laconicamente, sapendo in cuor suo che non dovrebbe. Ora lo spettatore sa che quelle figure grezze, ignoranti, viscide e provinciali porteranno, nel finale, alla distruzione del pianeta. Ora lo spettatore capisce che giocano alla guerra con soldati veri, con armi vere, con conseguenze vere. Ora lo spettatore non discerne più la fantasia filmica dalla realtà, e capisce che tutto quello che avviene nel film potrebbe accadere anche nel mondo tangibile. E nel finale viene confermata la sensazione di amarezza avuta dopo la prima visione, accentuata dalle nuove consapevolezze appena acquisite.

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Ma non è finita. Alla terza, definitiva visione, si nota un nuovo dettaglio rimasto fin’ora semplice impulso al nostro subconscio: la sessualità. Se, infatti, in Lolita era un elemento evidente, ne Il Dottor Stranamore è nascosta in modo subdolo. Eppure, a pensarci bene, è un elemento centrale dell’intero discorso affrontato da Kubrick: tutta la classe dirigente, dai generali ai politici agli ambasciatori, sono sessualmente frustrati. Le loro relazioni sono malate, corrotte irrimediabilmente dal senso di onnipotenza che però, tra le coperte, vale ben poco.

Ed è evidente, dunque, che trovino sfogo della loro impotenza nella distruzione della Terra. Sanno benissimo che non potranno scampare alla fine del mondo, ma trovano irresistibile l’idea che siano loro a causarla; dandosi segno che forse così impotenti non sono.

Insomma, con Il Dottor Stranamore si raggiunge un picco raramente oltrepassato nella storia del cinema. Con questo film ed i seguenti, Kubrick trascese la dimensione cinematografica portando l’arte ad una sublimazione filosofica che lo rese, a tutti gli effetti, uno dei più grandi artisti del ‘900.

Ma tutto questo da qualche parte doveva iniziare. Ed iniziò con un elogio al Fuhrer.

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