di Chiara Maciocci

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Presentato nella Sezione Tutti ne parlano alla Festa del Cinema di Roma e premiato al Sundance Film Festival, The Miseducation of Cameron Post si configura essenzialmente come un teen-movie a cui sono state attaccate, accidentalmente e in tutta fretta, tematiche sociali rimaneggiate in forma distopica.

Il tema dell’omosessualità, non accettata come possibilità dalla società benpensante, rigorosamente cristiana e borghese, si impone in questo lavoro della regista Desiree Akhavan come dato reale da radicalizzare ed esasperare, costruendovi sopra l’orizzonte assurdo, sebbene non così inimmaginabile, del centro terapeutico per la “rieducazione” sessuale; in questo tipo di istituzione viene spedita Cameron (interpretata da una Chloë Grace Moretz molto giù di tono), adolescente lesbica costretta a intraprendere il percorso di pentimento che la dovrebbe portare, infine, alla conversione dalla omosessualità; ma Cameron, forte dell’amicizia di altri due ragazzi, stranamente incolumi al lavaggio del cervello a cui tutti gli altri giovani del centro sono stati consacrati, riesce a sottrarsi alle pratiche fanatiche, mortificanti e disumane performate dai gestori del luogo.

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Tutto ciò, tuttavia, è presentato in un contesto che più che soffocante, alieno e alienato si pone come un tipo, neanche troppo particolare, di esperienza adolescenziale tra tante, un tipo di centro di riabilitazione tra tanti e un tipo di modalità di mettere in atto il pregiudizio e l’odio tra tanti: l’istituto di conversione appare come una commistione tra una high school americana, con tanto di futili drammi quotidiani, pratiche sportive e gite fuori porta, e un centro di Alcolisti Anonimi, con sessioni di gruppo in cerchio o sdraiati sull’erba, slogan e letture. L’illustrazione di una società, finanche di un luogo ristretto, in cui viga appieno un regime di estremismo omofobo e anti-umano, oltre i limiti della razionalità, fallisce miseramente nel momento in cui tale regime mostra, alla minima oscillazione, di essere in grado di sgretolarsi o, quanto meno, di essere facilmente aggirabile: l’estrema semplicità, quasi candida, con cui i protagonisti riescono a evadere dal centro, rappresenta emblematicamente la non sussistenza dell’intera situazione, tanto che ci si chiede, persino, che senso abbia avuto la creazione di essa dapprincipio.

Il risultato è un autentico film da Sundance, agevole e praticabile ai più come un Captain Fantastic che sa, infine, di non poter creare un vero senso d’angoscia in chi fa da spettatore al mondo che mette in scena: la pazzia, vista come tale e mai spacciata con successo per l’ordine delle cose, come invece accade in molti altri esempi di film distopici (si veda, fra tutti, Yorgos Lanthimos), è schiacciata con leggerezza dal Bene e dalla giustizia senza alcuna autentica battaglia, e l’intento di denuncia sociale ne esce, di contro alle intenzioni della regista, irrimediabilmente svuotato e disattivato.

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