di Chiara Maciocci

2018-10-21 16.16.42.png

L’impossibilità di aiutare chi non riesce ad aiutarsi da solo, l’incapacità di stargli vicino nel modo giusto e il dolore, infine, causato dalla consapevolezza di ciò: Beautiful Boy, presentato alla Festa del Cinema di Roma, racconta tutto questo, mostra la lotta continua di un padre (David Sheff, interpretato da Steve Carrel) contro i demoni del figlio (Nic, interpretato da Timothée Chalamet), l’ostinata perseveranza dei due nell’amarsi pur non potendo comprendersi appieno, la desolazione nello scoprirsi impotenti di fronte a ciò che è radicato troppo in profondità per poter essere estirpato.

Il peso dell’amore incondizionato e della sofferenza che esso porta con sé è trasposto sullo schermo in un susseguirsi continuo di situazioni frammentate, soffocanti e disperate a tal punto che anche noi, nel fare da spettatori, ci sentiamo oppressi dalla suggerita irreversibilità del consumo di droghe del tormentato Nic.

2018-10-21 16.17.12.png

Tratto dal libro autobiografico dello stesso David Sheff, il film si sofferma sulla difficoltà di affrontare la dipendenza da droghe quando questa diviene la strada imboccata dal proprio figlio; ce lo illustra lo stesso regista, Felix Van Groeningen, il quale afferma: “Gli Sheff credono nell’amore incondizionato, ma hanno dovuto fare i conti con il fatto che affrontare la dipendenza

è qualcosa di completamente irrazionale. Mi hanno invitato nelle loro vite e sono stati molto sinceri con me durante questa esperienza. Sono stati onesti su tutto ciò che hanno passato, condividendo le loro paure più intime e anche la loro vergogna. La loro storia mi ha ispirato a fare un film che spero dia voce alle tante persone che lottano contro la dipendenza.

2018-10-21 16.17.32.png

Eppure, nonostante la volontà di mostrare il tormento e la lotta di chi ama, il film di Groeningen non performa nulla di intimo, accorato, finanche appassionato: le sofferenze dei personaggi sono come riprese da lontano, mai colte nel loro senso profondo, e ciò per il modo talvolta troppo sbrigativo, talvolta troppo prolungato di affrontarne la durata. E i flashback continui, pur trasportando chi guarda nel luogo dell’affetto più autentico, tuttavia immettono troppo contenuto in un film che di intreccio ne ha già fin troppo, data la sua eccessiva lunghezza e l’aggiunta sempre ulteriore di scene, sviluppi, lati da cui guardare la stessa vicenda. Il risultato è un film caotico, di cui non si intendono facilmente gli intenti né il taglio specifico che esso vuole dare all’esposizione di un problema che, negli anni, è stato analizzato in svariati modi e, facilmente, di gran lunga migliori.

Rispondi