di Lorenzo Bagnato

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Già da 15 anni a questa parte il cinema argentino sforna talenti registici a profusione, rimanendo però reclusi nel proprio paese o in giro per qualche festival europeo. La Festa del Cinema di Roma non fa certo eccezione, e quest’anno ha pagato il suo tributo al cinema latino proiettando Sagre Blanca, opera prima della regista Barbara Sarasola-Day.

La vicenda ruota intorno a Martina, ragazza dal passato tempestoso in cerca di soldi facili come corriere della droga. Lei e Manuel attraverseranno il confine tra Argentina e Bolivia portando nel proprio corpo ovuli di cocaina. Disgraziatamente, una delle capsule si aprirà nello stomaco di Manuel, uccidendolo tra atroci sofferenze. Martina, dunque, si troverà a gestire una situazione più grande di lei. Senza sapere come fare, sarà costretta ad implorare l’aiuto del padre, il quale l’aveva abbandonata da bambina per farsi una nuova famiglia. Il loro rapporto verrà ricucito dalla sventura, anche se non del tutto…

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Un’operazione interessante, dunque, quella di Sarasola-Day, che sfrutta al meglio i pochi mezzi a disposizione per costruire una storia di certo già vista, ma comunque intrigante. Gli attori, seppur leggermente sopra le righe, riescono a portare a casa un’ottima interpretazione; anche se è evidente che l’intera opera si regge sull’ottima messa in scena. Certo, il film non è niente di trascendentale, ma possiede intuizioni registiche interessanti, che potrebbero fungere da carbonella per una futura fiamma artistica.

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Il bruco, però, non è ancora diventato farfalla, e Sangre Blanca possiede tutte le classiche e fisiologiche pecche delle opere prime: scavalcamenti di campo non richiesti, fotografia buona ma amatoriale (difetto dovuto ovviamente ai pochi mezzi disponibili), storia telefonata e finale sciapo rispetto al nucleo centrale, difetto dovuto alla storia troppo attenta allo svolgimento e poco alla conclusione.

Rimane, comunque, un ottimo inizio per Barbara Sarasola-Day, e speriamo che sia in grado di proseguire la sua carriera in grande stile attraverso produzioni più danarose; senza che però entri nell’infernale vortice del cinema commerciale.

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