La drammaticità mancata de Il vizio della speranza

di Valerio Serafini

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Il vizio della speranza, quinto lungometraggio del regista napoletano Edoardo De Angelis, racconta il momento in cui la vita di Maria subisce un improvviso cambiamento, il quale interessa direttamente non soltanto la direzione della vita di lei, ma anche il ritmo con cui questa si svolge, la cui aumentata velocità viene restituita abilmente dai movimenti della cinepresa, che braccano in un continuo avvicinamento alle spalle la protagonista.

Maria è una giovane donna e possiede un carattere determinato, indomito, sviluppatosi in lei a partire da uno straziante evento che ha afflitto la sua infanzia. Questa è l’impressione che immediatamente suscita nello spettatore la presentazione del personaggio interpretato da Pina Turco. Eppure questa disposizione nei confronti della ragazza dovrà ben presto mutare per adattarsi ad un nuovo e gentile lato di lei, prodottosi nella giovane a causa di una inaspettata sorpresa: un prossimo parto a cui è legata a doppio filo la vita della protagonista.

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Nelle solite ambientazioni preferite da De Angelis, vale a dire periferie povere in cui si parlano rigorosamente dialetti del sud Italia, si svolge un dramma sempre celato, quasi sussurrato, ma mai effettivamente temuto da chi guarda il film, a causa, probabilmente, dei lineamenti troppo buoni di una ottima Pina Turco, alla quale però non si possono imputare colpe data la performance assolutamente positiva che mette in mostra. Insomma, si assiste ad un modo di raccontare storie da sempre piacevole da vedere, quello del regista napoletano, che, messo a contatto con una vicenda drammatica, quantomeno nelle premesse, la rende innocua e anch’essa piacevole: questa l’unica pecca di una storia interpretata al meglio delle possibilità da tutti gli interpreti principali.

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