Angel Face. La caduta dell’innocenza nell’oscurità

di Corinne Vosa

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Elli (Ayline Aksoy-Etaix), una bambina di 8 anni, ama profondamente sua madre Marlène (Marion Cotillard); non vuole che niente le divida e spera di vivere per sempre con lei, nonostante l’alcool da cui la madre è totalmente dipendente e le sue perversioni. Elli è sopranominata dalla madre “Faccia d’Angelo”, forse per la sua bellezza eterea e il suo sguardo puro, che assiste inerme al doloroso male di vivere di Marlène.

Gli occhi di Elli sono come una telecamera che filma ogni attimo di vita di Marlène, una donna estremamente fragile emotivamente, alcolizzata e incapace di prendersi cura non solo della figlia, ma anche di se stessa. Elli vive in un inferno di vizi e attacchi di panico, assumendosi lei stessa le responsabilità che spetterebbero alla madre: avviene tra le due una vera e propria inversione dei ruoli di madre e figlia, dove è la figlia a cantare la ninna nanna alla mamma, a rassicurarla, a tentare di proteggerla, anche se invano.

Angel Face è il racconto molto coraggioso e profondo di un problematico e intenso rapporto tra una figlia e una madre depressa e piena di odio verso se stessa e il mondo che la circonda e la travolge con la sua cattiveria, così come travolgerà la stessa Elli nel corso del film. Nonostante Marlène sia una madre che compie degli errori quasi imperdonabili, la vera cattiveria è altrove, all’esterno della loro casa, dove il gusto di far soffrire il prossimo distrugge le anime più sensibili. Non conosciamo gli antefatti della vita di Marlène (sappiamo solo che si è sposata numerosissime volte), ma di sicuro esiste un’origine all’inguaribile sofferenza che la paralizza condannandola a una  vita di decadenza e afflizione.

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A firmare la regia è Vanessa Filho, un giovane talento che stupisce per la sua sensibilità e capacità di raccontare sentimenti sfaccettati e contrapposti, sia attraverso la potenza narrativa di una sceneggiatura molto interessante, sia per mezzo di una regia stilisticamente affascinante e lodevole. Una notevole attenzione è riposta nella scelte cromatiche, enfatizzando tinte forti ed espressive come il blu e il rosso. D’altronde Vanessa nella sua vita ha da subito compreso quante sensazioni un colore possa evocare e non a caso il primo film che ha davvero amato, all’età di 13 anni, è Blu di Kieslowski. Angel Face punta molto sulla forza della propria estetica impeccabile e ipnotica, rendendo l’immagine il veicolo principale per trasmettere i significati più reconditi e perturbanti del film.  Sono i dettagli visivi a comunicare tutte le sfaccettature dei personaggi, mentre la sceneggiatura spesso tende a non fornire sufficienti spiegazioni lasciando buchi neri narrativi che invitano lo spettatore a porsi delle domande.

La storia è narrata dal punto di vista di Elli: ciò che vediamo è ciò che vedono i suoi occhi. Vanessa Filho con il suo stile estetizzante e la sua regia raffinata riproduce la percezione del mondo di una bambina, i suoi sogni e i suoi incubi. La telecamera inquadra costantemente tutte quelle cose che hanno un ruolo centrale nello sviluppo della femminilità, come vestiti e trucchi, e che entrano fortemente in gioco nella relazione fra madre e figlia, tra le quali vi è un rapporto simbiotico che si tramuterà nel momento più critico del loro rapporto nell’esigenza inconscia di Elli di tramutarsi nella madre, assumendone gesti, abitudini e vizi, fra i quali purtroppo l’alcool stesso. Questa trasformazione non è una semplice emulazione, ma un tentativo di ristabilire la forte connessione emotiva che c’era tra di loro, come se nel corpo di Elli venisse a vivere lo spirito tormentato della madre. Ayline Aksoy-Etaix è una giovane interprete sensazionale, che affronta con una maturità e un carisma spiazzanti questo tragico ruolo, affiancata da un’attrice della levatura di Marion Cotillard, immedesimatasi perfettamente in questa donna bella ma scapestrata e dai movimenti barcollanti, eccessiva e poco fine.

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Angel Face è un film sul bisogno di sentirsi amati e sulla paura di restare soli, sul sentimento di abbandono  e sul senso di colpa. Il personaggio di Marion Cotillard è certamente ambiguo, o meglio contradditorio: sarebbe semplicistico e sbagliato dire che non ama la figlia, ma nonostante ciò è troppo instabile e insicura per farne il bene. Elli invece è come una sirenetta imprigionata negli abissi oscuri, che desidera ardentemente salire in superficie e scoprire la luminosa bellezza della terra e del cielo.

Angel Face è il ritratto poetico di due universi femminili in continua interazione, isolati però nella loro agonia esistenziale. Un gioco di sguardi e di soggettive: la maggioranza di Elli, il cui sguardo sulla madre è il pilastro del film, ma alcune significative anche di Marlène, come quell’indimenticabile scena in cui in discoteca vede la figlia ballare in modo provocante e sensuale. Un film carico di sentimenti e sensazioni intense, ma mai ruffiano o esasperatamente melodrammatico, registicamente brillante e visivamente elegante.

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