Le ereditiere, molto più che un semplice film d’autore

di Laura Pozzi

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Sarebbe facile e riduttivo liquidare Le ereditiere come un semplice film d’autore o peggio ancora relegarlo nell’ambigua categoria delle pellicole da festival, adatte ad un pubblico di nicchia particolarmente esigente capace di cogliere la vera essenza cinematografica rispetto ad uno spettatore comune.

Presentato con successo a Berlino lo scorso febbraio dove ha vinto il premio Alfred Bauer e soprattutto quello per la miglior attrice ad Ana Brun, il film uscirà nelle sale il 18 ottobre distribuito da Lucky Red. L’opera prima di Marcelo Martinessi (già apprezzato autore di cortometraggi) presenta non pochi spunti d’interesse (anche se non tutti catalizzano appieno la nostra attenzione) che conferiscono ad una storia in apparenza semplice e lineare diversi piani di lettura volti ad una riflessione tutt’altro che scontata. Chela (Ana Brun) e Chiquita (Margarita Irun) sone le due non più giovani e agiate protagoniste conviventi da più di trent’anni costrette a vivere il loro rapporto in semiclandestinità.

Alle prese con problemi finanziari sovrastanti le già precarie condizioni economiche dopo aver messo in vendita i beni ereditati dalle famiglie, Chiquita viene accusata e arrestata per frode lasciando l’insicura compagna nella più totale confusione. Le due donne seppur caratterialmente agli antipodi (Chiquita estroversa e solare, Chela cupa e riservata) condividono un’esistenza non sempre facile (soprattutto da un punto di vista politico), ma rassicurante e la nuova e improvvisa condizione rappresenta un duro colpo alla loro noiosa, ma necessaria routine. Ma se è vero che la necessità aguzza l’ingegno ecco che Chela aiutata inconsapevolmente da un gruppo di attempate signore pettegole e dedite al gioco, si regala una seconda possibilità trasformandosi in autista privata al seguito delle vivaci vecchiette. E proprio in occasione di questi incontri il destino le fa incrociare l’ambigua e selvaggia Angy (Ana Ivanova) che sembra aver intuito le criticità della letargica protagonista.

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La storia come evidente si potrebbe riassumere in due righe e lo stesso Martinessi a volte sembra interessato solo in parte ad una narrazione che procede lenta e solenne verso un finale aperto tra illusione e speranza  dimostrando al contrario una sensibilità fuori dal comune nel soffermarsi sulle emozioni represse dei suoi personaggi. Il film vive sulle inibizioni di Chela, abituata a soffocare e controllare i propri istinti e slanci emotivi nel rispetto di convenzioni dettate da uno Stato basato sulla paura e sulle disparità sociali. L’energia e l’esuberanza di Angy rappresentano il passe-partout necessario per evadere da quella prigione che per troppo tempo ha ingabbiato la sua vita. Il regista sceglie uno stile essenziale nel descrivere una rivoluzione interiore destinata ad esplodere, prediligendo una messinscena sobria e straniante caratterizzata da luce naturale e colori desaturati.

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La macchina da presa pedina  personaggi e situazioni con discrezione cercando di non invadere mai il campo d’azione, ma lasciando piena libertà d’epressione. Non è sempre facile entrare in sintonia con un’estetica cinematografica così asciutta e controllata, ma in questo caso risulta indispensabile per comprendere al meglio la storia di un paese, il Paraguay, spesso ai margini e in gran parte dimenticato. E proprio in questo la pellicola risulta encomiabile. Nel raccontare la quotidianità di donne poco rappresentate nel cinema (per via dell’età) il regista si fa portavoce di una realtà invisibile. La società paraguayana ha vissuto per 61 anni nel più totale oscurantismo dove veniva soppressa qualsiasi forma d’arte. La rinascita silenziosa di Chela si fa un tutt’uno con la sfida lanciata da Martinessi: quella di costruire una nuova e fiorente cinematografia all’interno di un paese dal futuro ancora incerto (dopo il colpo di Stato nel 2012), ma dalla inesauribile voglia di riscatto.

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