di Laura Pozzi

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Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole”. Con questa colta e acuta citazione firmata Pier Paolo Pasolini, Giulio Base dopo alcuni anni di oblio cinematografico torna alla regia portando sullo schermo un libro ingiustamente dimenticato, ma più che mai attuale: Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa.

Il film presentato a Venezia poco più di un mese fa nella sezione Sconfini, rappresenta una salutare boccata d’ossigeno nel panorama cinematografico italiano dimostrando come un altro cinema sia possibile non solo nel mondo, ma anche nel nostro paese. Distribuito da Sun Film Group, la pellicola sostenuta da un imponente e necessario battage pubblicitario in varie città italiane, sarà ufficialmente in sala dall’11 ottobre. Giulio Base come ampiamente dimostrato nel corso della sua lunga e variegata carriera è un personaggio atipico capace di sperimentare e indossare ogni forma d’arte possibile oscillando fra teatro (suo primo amore), cinema e televisione (anche quella di cui faremmo volentieri a meno).

Autore nei primi anni ’90 di interessanti regie cinematografiche, tra le quali è doveroso ricordare Crack (1991) Lest (1993), Poliziotti (1995) improntate su efficaci conflitti generazionali e pericolose mode del momento (siamo ancora lontani dai trentenni/quarantenni urlanti e insoddisfatti di Gabriele Muccino) il suo percorso artistico ha più volte subito inspiegabili battute d’arresto di certo non imputabili al suo originale talento. Ora a circa trent’anni dal suo esordio cinematografico, ha la possibilità di vivere una seconda giovinezza grazie a un’opera fortemente voluta che in appena 82 minuti riesce a catalizzare l’attenzione dello spettatore e catapultarlo in un mondo parallelo dove a padroneggiare è la parola, quel potente strumento linguistico che in un mondo dominato e fagocitato dalle immagini sembra avere il fiato corto. Base ci ricorda che non è proprio così ecco perché la sua sfida oltre a risultare narrativamente ardita, risulta stilisticamente affascinante affidandosi ad un allestimento scenografico ridotto ai minimi termini dominato da immagini di puro cinema grazie all’utilizzo di tutti gli stilemi della settima arte.

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Forte di una messinscena tipicamente teatrale, il teso confronto che vede protagonisti un banchiere di mezza età (un ispiratissimo Giulio Base) in procinto di festeggiare il suo cinquantesimo compleanno e il suo dipendente di fiducia (un ottimo Paolo Fosso) nonché unico confidente si dipana attraverso una serie di riflessioni politico filosofiche, atte a dimostrare il vero significato della parola anarchia. Il banchiere si muove spavaldo nelle lugubri pieghe di un passato non sempre benevolo, ripercorrendo lucidamente un’esistenza contrassegnata all’inizio da doveri e privazioni e divenuta nel tempo autentica miniera d’oro. Questo perché la sua idea di anarchia non ha  nulla a che vedere con il significato corrente, ma piuttosto con un lungo percorso interiore intrapreso in perfetta ed ostinata solitudine alla ricerca della libertà. Si perché quello che interessa al nostro impenetrabile protagonista è proclamarsi  uomo libero e poco importa con quali mezzi si arriva a conquistare l’ambita condizione. Base invita sottilmente lo spettatore a partecipare al suo gioco che può piacere o meno, coinvolgere o lasciare indifferenti, di certo questo è il cinema che vogliamo, quello di cui abbiamo urgente bisogno per tornare a riflettere, ad ascoltare, a riscoprire l’importanza della parola. Una visione doverosa, quasi liberatoria che trova il suo apice nell’ inaspettato finale subito dopo i titoli di coda. Segnaliamo inoltre che la Sun Film Group ha rilevato da qualche mese la proprietà dello storico Teatro Cinema Quirinetta di Roma consentendo la riapertura di una delle sale più belle e importanti della capitale. Un motivo in più per sostenere un’autentica opera di qualità.

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