di Roberta Maciocci

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Ce lo avevano già detto Oscar Wilde, attraverso la sua favola de Il Gigante Buono, ed altri esempi letterari e filmici, che essere grandi e grossi non necessariamente corrisponde a vestire i panni dell’uomo nero, del “Babau” che spaventa grandi e piccini.

E ce lo insegna la credenza che gli appartenenti a una specie mastodontica come quella degli elefanti abbiano paura dei topolini: in realtà le basi di questa diceria risiedono nelle strategie belliche adottate dai Romani nel terzo secolo avanti Cristo contro gli elefanti di Pirro. Pare che gli imponenti animali siano stati spaventati da maialini ricoperti di pece. Questo comunque servirebbe a stabilire che anche un essere gigantesco può essere, se non provocato, innocuo, o perlomeno non di indole violenta: e che, soprattutto, possa patire paure come qualsiasi altro individuo di dimensioni non eccessive, e/o scricciolo vivente, essere reale o di fantasia.

Smallfoot 2.jpgIl quinto film della Warner Animation Film, Smallfoot – il mio amico delle nevi, ha per protagonista un Bigfoot: Migo, un “nemmeno un poco abominevole” omone delle nevi, simpatico, dal sorriso smagliante, che si ritrova a dover dimostrare alla propria comunità che esistono esseri molto più piccoli della specie yeti, e di molto peraltro. E che non bisogna averne paura. Sono gli esseri umani, quelli dai piedi piccoli che non lasciano impronte grandi come un laghetto pari alle proprie.

Missione difficile già di per se stessa, visto che all’oscuro ed al sicuro da qualsiasi contaminazione esterna gli yeti non vedono al di là del proprio naso, e vivono felici e contenti tra le sterminate coltri di nevi. Ma c’è un’aggravante: oltre a condurre un’esistenza ovattata – termine ad hoc quando si pensi al silenzio ed alla consistenza del manto nevoso –  gli omoni sono stati indottrinati dal sacerdote custode delle pietre magiche che compongono la sua veste e che hanno rivelato che al di fuori dell’universo dove risiede la comunità non esiste che il nulla.

Migo non fa parte dei dissidenti, i giovani fuori dal coro che contrastano il credo diffuso, ma poi succede qualcosa di particolare: si trova faccia a faccia con uno di questi strani esseri talmente piccoli rispetto alle proporzioni standard della sua specie con i quali, spaventato ma incuriosito non sa come raffrontarsi. Dapprima è paura reciproca, poi l’omone diventerà portatore della verità, del “c’è vita oltre gli yeti” e della battaglia contro la discriminazione e per l’uguaglianza. Questa in poche parole la trama: non si tratta di un giallo quindi si è sufficientemente autorizzati a spoilerarla, per invece lasciare ad un pubblico trasversale, come quello ormai del cinema di alta animazione. il gusto di assistere alle rocambolesche avventure dei due “opposti” che si incontrano.

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Il film diretto da Karey Kirkpatrick, noto per La Gang del Bosco (2006), è già campione di incassi nella prima settimana d’uscita (circa 23 milioni di dollari per il botteghino USA) e da domenica presente nelle sale italiane. Gustose ed esilaranti le scene, dove Migo tra le altre cose sembra sperimentare una serie di maldestri tentativi (compreso arrostire il suo piccolino nuovo futuro amico con l’intento di riscaldarlo), e grossi i nomi coinvolti per le voci dei personaggi in lingua originale, basti pensare a Danny DeVito.

Sul montaggio, sul doppiaggio, caratteristiche tecniche, e sui temi dei pregiudizi, dell’uguaglianza, dell’altro da sé, della diversità e della tolleranza, delle critiche sociali, dei valori e degli insegnamenti indiretti presenti nel film, si è scritto e si scriverà almeno finché perdurerà la cosiddetta “coda lunga” del prodotto audiovisivo: quella che comprende anche le future riproduzioni in CD e il merchandising.

Ciò che si evidenzia, nella lettura della pellicola, e non per essere originali ma per vedere le cose da un’angolazione diversa ma attinente è invece una strizzatina d’occhio ad una per così dire testimonianza animata antesignana della figura del nostro mostro irsuto ma non sgradevole, di questo gigante buono, giocherellone ma anche aperto mentalmente. Il gigante che si trova ad aver paura e poi affezionarsi ad una figura umana di molto più piccola, nella fattispecie una bimba: il Sullivan “Sulley” del famoso primo episodio della saga Monsters & Co., co-protagonista dell’omonimo film Disney Pixar del 2001. Paradossalmente, proprio nel film della Pixar era presente, a guisa di cameo, il personaggio dello yeti, che proprio Sullivan incontrava durante le sue scorribande. Un altro yeti, simpatico e tenero come Migo e che lungi dall’essere un temibile bestione si rivelava come un individuo costretto a vivere in solitudine e che avrebbe tanto fare amicizia con qualcuno, tanto da offrire gelati pur di trattenere gli ospiti capitati per caso: trovata particolarmente sagace, trovandosi i protagonisti nel regno dei ghiacci per eccellenza.

Anche Migo in fin dei conti ha bisogno, per poter crescere – e non solo in altezza – del confronto con qualcuno che non sia uguale a lui e farsi portavoce dell’evoluzione del pensiero di tutti i componenti del gruppo chiusi dalla cortina di neve e ancor di più dalle false credenze. E senza sperimentare e conoscere individui nuovi ci si annoia, si perde l’elasticità mentale e si vive, anche metaforicamente, fuori dal Mondo. Potrebbe diventare un genere a sé stante, quello delle avventure dei colossi animati che fanno amicizia con i propri opposti, della rivincita dei giganti che non mettono paura e che hanno spesso paura di chi è diverso da loro anche se minuscolo, al di là della morale più o meno fiabesca presente nella narrazione.

Insomma, vale la pena di scoprire come può trarsi d’impaccio, sconfiggere i timori e vincere i pregiudizi persino il fantomatico Uomo delle Nevi. Diciamocelo: lo yeti non è cattivo, e ormai, per rimanere nelle citazioni di genere, non possiamo neanche più dire che “lo disegnano così”.

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