di Laura Pozzi

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Xavier Giannoli prolifico, ma non altrettanto noto autore di opere come Marguerite (2015) e Superstar (2012) presentati entrambi in concorso alla mostra internazionale del cinema di Venezia torna in sala a partire dall’11 ottobre con L’apparizione, pellicola destinata a far discutere ponendo in essere inquietanti interrogativi volti ad una riflessione quantomeno audace e originale. Giannoli non ha mai fatto mistero del peculiare interesse verso tematiche ostiche e indefinite, dove a prevalere è una forte componente spirituale dominata da dubbio e incertezza. Non fa eccezione quest’ultimo film incentrato su una materia complessa come quella delle apparizioni religiose dove Jacques (Vincent Lindon)  reporter di guerra pratico e razionale con un terribile lutto da elaborare entra in contatto con il misterioso mondo di Anna (la Galatea Bellugi, che molti ricorderanno come l’incendiaria sorella de Il ragazzo invisibile 2 di Gabriele Salvatores) giovane e futura novizia che sostiene di aver avuto un’apparizione della Vergine Maria.

La notizia non tarda a divenire un fenomeno mediatico con  marketing annesso, trasformando una tranquilla e anonima cittadina della Francia meridionale in vero e proprio luogo di culto e pellegrinaggio. Tanto clamore non può passare inosservato e non destare qualche sospetto ai vigili occhi del Vaticano che non ci pensa due volte a costituire una commissione incaricata di accertare la veridicità dei fatti attraverso un’inchiesta canonica. Il compito si preannuncia fin da subito poco agevole soprattutto per chi come Jacques ha una visione concreta e tangibile della realtà, ma il pudore e la grazia di Anna lo convinceranno ben presto che dietro le affermazioni della giovane si nasconde qualcosa di più grande e indecifrabile.

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Lo scopo di Giannoli è quello di non fornire risposte evitando di dare in pasto la storia a facili soluzioni dall’esito scontato. I dubbi su l’attendibilità di Anna non riguardano solo Jacques, ma tutti coloro che trovano nella fede un equilibrio capace di dare un senso alla loro esistenza.  L’interesse per questa materia, come lui stesso ha dichiarato nasce dalla forte esigenza di esplorare una verità umana con occhio neutro, depurandola da dogmatismi e pregiudizi di carattere filosofico o teologico. Ecco perché la scelta di volgere la più totale attenzione ad una ricerca personale e segreta tenendosi alla larga da determinati e fastidiosi clichè come i dibattiti sullo scontro tra civiltà, la chiesa e i suoi scandali, le manifestazioni mediatiche risulta alla fine vincente conferendo alla storia più motivi d’interesse. Perché se è vero che non tutto funziona e alla fine l’intrigo risulta macchinoso e confuso è pur vero che il percorso interiore di Jacques coinvolge credenti e non. E poco importa se a conti fatti il mistero rimarrà tale, l’importante è aver scoperto attraverso un inaspettato alter ego cinematografico la bellezza della messa in discussione.

Il registro narrativo non sempre convince restando più volte in bilico tra dramma e mistery anche se il genere prescelto non può che riportare alla mente il più classico dei polar francesi. Il ritmo compassato finisce alle volte per appiattire la storia che trova i suoi momenti migliori nei fugaci e intensi incontri tra Jacques e Anna. Due mondi distanti anni luce, ma destinati ad entrare in collisione lasciando tracce tangibili e nuova consapevolezza. Giannoli dimostra qualche lacuna nel far quadrare i conti trascurando alcuni spunti narrativi di notevole interesse che se ampiamente sviluppati avrebbero elargito più compattezza e fluidità alla storia. Per questo alla fine il tutto risulta interessante, ma poco riuscito senza uno stile definito che possa far apprezzare appieno un regista dalla notevoli intuizioni, ma dalla personalità ancora poco incisiva.

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