The Wife – Vivere nell’ombra. Impensabili sacrifici d’amore

di Corinne Vosa

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Lo si dice sempre: “Dietro ogni grande uomo, c’è sempre una grande donna”. Tutto parte da qui. L’essenza di The Wife è già racchiusa in queste parole, spinte fino al loro significato più radicale.

Joan Castleman (Glenn Close) è una moglie devota e accorta, bella e intelligente, sempre pronta a supportare il marito Joe, riconosciuto da tutti come uno dei più grandi scrittori viventi, tanto da ricevere il Premio Nobel per la letteratura. Ma dietro l’apparente perfezione delle loro vite si celano segreti e inganni che lentamente corrodono l’anima, rischiando di portare a un punto di rottura e generando squilibrio e caos in quest’ordine duramente conquistato. Un imponente segreto su tutto aleggia: a scrivere realmente i romanzi è Joan, mentre a conquistarne la gloria il marito.

Quello di Joan è un immenso sacrificio scaturito da due fattori: il primo, il più forte, l’amore per Joe, il desiderio di renderlo felice; l’altro la paura di non essere presa in considerazione solo perché donna. Un’istanza femminista quanto mai moderna oggi a tempi del Me Too, dove di donne scrittrici ve ne sono molte di più, ma i pregiudizi e la lotta per conquistare i propri meriti è sempre aspra e spesso soggetta alla visione maschilista di coloro che detengono il potere. “Non passare la vita cercando di fare colpo su di loro” intima a Joan una scrittrice depressa (Elizabeth McGovern), segnando forse per sempre il suo destino. Joan decide di scrivere per l’unico uomo di cui gli importi.

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Diretto dallo svedese Björn Runge, vincitore per Daybreak dell’Orso d’Argento, The Wife – Vivere nell’ombra è tratto dall’omonimo romanzo di Meg Wolitzer e adattato dalla sceneggiatrice Jane Anderson.

È la storia di uno sfruttamento consensuale. A sorprendere la calma e l’elegantissimo decoro di Joan, una sempre eccezionale Glenn Close, donna che sembra trattenere ogni emozione  e avere il controllo su ciò che di sé mostra al mondo esterno, fino a una delle sequenze migliori del film, in cui i suoi occhi disperati rivelano finalmente tutto il suo turbamento e la devastante sofferenza che la lacera. Interessante e controverso il personaggio di Joe, che ha il volto di Jonathan Pryce , che presto vedremo anche in The Man Who Killed Don Quixote di Terry Gilliam, “eroe” Don Chisciotte per altro curiosamente citato in The Wife, con cui si potrebbe osare dire che Joe Castleman condivide molto: l’inclinazione al sogno; la sopravalutazione delle proprie capacità e del proprio operato; un’ingenuità infantile quasi disarmante e inverosimile. Joe è lo sfruttatore di questa storia, ma per un paradossale processo psicologico sembra non esserne neanche consapevole, al punto da divenire vittima della verità. Inoltre è interessante il confronto tra il Joe anziano e il Joe giovane, reso possibile dai ricorrenti flashback ambientati negli anni ’50 e ’60, quando Joan e Joe si innamorarono. Il Joe iniziale, interpretato da un ottimo Harry Lloyd, era più vicino ai canoni del “poeta maledetto”, un giovane professore pieno di fascino e proferitore  di seducenti parole poetiche; il Joe anziano è socievole, estroverso, bravo a intrattenere le persone, ma con uno stile un po’ diverso, più ironico e colloquiale.

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Annie Starke , l’attrice che interpreta la Joan degli anni ‘50,  figlia nella realtà di Glenn Close, è il membro forse più debole del cast. La sua freddezza è conforme alla raffinata recitazione di Glenn Close, ma lontana da un’intensità espressiva vagamente similare. Molto riuscita è invece l’interpretazione sofferta di Max Irons, che veste i panni di un personaggio trascurato nel romanzo ed esaltato nella sceneggiatura, David, il figlio dei Castleman, un giovane scrittore vulnerabile e soffocato dalla grandezza del padre, il quale per qualche ragione sembra provare dei sentimenti controversi verso di lui, che in parte determinano il carattere ribelle e autodistruttivo di David.

Joan e Joe. Gli stessi nomi sembrano alludere a due corpi fusi in un’unica identità. Una storia sui compromessi dell’amore, sul significato del matrimonio e il legame che unisce i membri di una famiglia. Una sceneggiatura che gioca sui detti e i non detti, su ciò che è manifesto e ciò che è celato, rivelando con estrema lentezza ciò che lo spettatore può solo immaginare, ma che il film non esplica in modo diretto se non verso la fine, quando gli argini esplodono e il bisogno di un cambiamento travolge i personaggi. Un film molto sobrio e tragico, ma anche ricco di un delicato humor, volto a valorizzare più che la regia il lavoro degli attori, in particolare l’esplosiva coppia formata da Glenn Close e Jonathan Pryce. D’altronde è una delle caratteristiche di Runge come regista il saper sfruttare al meglio i suoi attori, dandogli ampi margini di libertà e costruendo con loro un rapporto di grande rispetto.

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