Un ritorno a casa sofferto

di Nicolò Palmieri

Sembra mio figlio - Out Out Magazine 1.jpg

Costanza Quatriglio torna alla regia e firma un nuovo lungometraggio che possa dar voce a un genocidio da sempre ignorato. Sembra mio figlio, accolto calorosamente al festival di Locarno, si ispira alla storia vera di Mohammad Jan Azzad, giunto in Italia da bambino e senza madre, partecipe della diaspora del popolo degli Hazara, perseguitati fin dal 1890 in Afghanistan e in Pakistan.

La storia è semplice ed il messaggio che sprigiona è tanto intimo quanto universale. Ismail, sfuggito alle persecuzioni in Afghanistan quando era ancora bambino, vive in Italia con il fratello Hassan. La madre, che non ha mai smesso di attendere notizie dei figli, non lo riconosce più, neanche sentendo la sua voce al telefono.

Ismail decide quindi di abbandonare temporaneamente la tranquillità della sua nuova vita, e di andare incontro al destino della sua famiglia e del suo popolo, al centro di una guerra insensata che non risparmia nessuno.

Sembra mio figlio - Out Out Magazine 2.jpg

Caratterizzato da una forte impronta documentaristica, che la navigata regista espone ormai senza timori, il film è presentato dal punto di vista di Ismail. E’ lui a dettare i tempi, ad avvolgere la storia nei (lunghissimi) silenzi, a creare e distruggere contemporaneamente la sceneggiatura.

Non c’è mai bisogno di mostrare o spiegare l’orrore della vita passata: è tutto ben presente nei suoi occhi, nei tempi morti che la macchina da presa accarezza a lungo, conferendo alla pellicola un’ambigua poetica da impegno sociale, che pone domande ma non imbocca risposte.

Alla fine, più che un film, ciò che viviamo sul grande schermo è un autentico viaggio, percorso faticosamente ai danni di Ismail,  nel cui volto provato leggiamo tutte le emozioni e i turbamenti che hanno scosso Jan, l’interprete/poeta che ha prestato l’ispirazione alla Quatriglio.

Nel suo ritorno a casa, fra mille insidie belliche, e nella speranza di ritrovare sua madre, si possono accomunare le esperienze di innumerevoli altre vittime dell’intolleranza talebana.

Il popolo Hazara conta oggi quasi otto milioni di persone, ciclicamente colpite da attacchi di gruppi terroristici sunniti: dopo un primo terrificante genocidio, nel 1893, subirono un’ulteriore pulizia etnica nel 2001 da parte dei talebani, che segnarono la scomparsa della comunità presente nella valle di Bamiyan.

Costanza Quatriglio e Mohammad Jan Azzad sono riusciti a rivendicare la memoria inascoltata della popolazione, attraverso un racconto anti-epico che, senza fare rumore, urla alle coscienze di tutto il mondo.

Rispondi