Un affare di famiglia ai margini della realtà

di Chiara Maciocci

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Film vincitore della Palma d’oro a Cannes di quest’anno, Un affare di famiglia è una piccola oasi di cinema sottile in un deserto kitsch che troppo spesso fa sentire il suo respiro pesante sulle irrequiete sale cinematografiche.

Sottile perché è tenero l’incedere di questo film verso il disvelarsi del suo più interno obiettivo, e anche quando questo obiettivo lo raggiunge pure esso in qualche modo continua a sottrarsi alla facile individuazione di una trama: il contesto sociale che fa da sfondo e motore di questo dramma familiare, pur venendo fuori a più riprese e, verso la fine, definendo il movimento dell’intero film, tuttavia rimane una mera parte in un tutto che si compone di affetto trattenuto, scelte affrettate, compassione irresoluta. E sopra ogni cosa, compresa la denuncia sociale della violenza e della povertà, si staglia il sottile concetto della scelta, la scelta dei legami familiari che rende le persone ancor più vicine rispetto a se fossero state già imparentate, la scelta che porta a definire una madre non perché ha partorito il figlio bensì perché se ne è presa cura infaticabilmente, e infine la scelta di sganciare le catene di questo legame, perché il tempo è scaduto e il reale deve necessariamente irrompere nella piccola e fittizia dimora di sogno che ci si è creati.

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Davanti a una macchina da presa che segue i suoi protagonisti senza mai invaderne lo spazio, eppure facendosi sentire nella scelta di ciò che deve venire rappresentato, gli attori si muovono come fossero sfuggenti anime in un continuo tendere, ironici e scanzonati ma anche capaci di soffrire e pentirsi dei propri errori; il regista Hirokazu Koreeda ci restituisce scene di una vita quotidiana che nella sua anormalità diventa la consuetudine più spontanea e felice, ai margini e in contrasto con una realtà che nelle sue forme più accettate contempla l’abuso e l’abbandono. Il risultato è un film dalle pretese modeste ma radicali, che nasconde la sua grazia negli angoli duri della crudezza della povertà, e che pure non richiede compassione, bensì partecipazione e sentita comprensione.

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