Come cani di Pavlov: La profezia dell’armadillo

di Laura Pozzi

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Vige talvolta una sorta di comprensibile pudore dinanzi alla visione di un’opera prima. La profezia dell’armadillo, film d’esordio di Emanuele Scaringi presentato meno di una settimana fa a Venezia nella sezione Orizzonti e in uscita nelle sale dal 13 settembre è una di quelle pellicole destinate a far discutere non tanto da un punto di vista puramente qualitativo, quanto da uno più strettamente ideologico.

Il film tratto dall’omonimo romanzo a fumetti partorito dalla mente geniale di Zerocalcare (alias Michele Rech) ha vissuto non poche vicissitudini prima di conquistare una fragile identità che mal si sposa con l’universo cinematografico. Il progetto prevedeva inizialmente Valerio Mastandrea alla regia, ma nella versione definitiva il nome del celebre attore romano compare solo in veste di sceneggiatore affiancato da Johnny Palomba e dallo stesso Zerocalcare il quale fin da subito si è autoescluso da qualsiasi partecipazione a carattere promozionale. Ora confrontarsi con un autore di culto divenuto in pochi anni, grazie a un talento straordinario ed a una visone del mondo audace e non allineata vero e proprio punto di riferimento per tutti gli amanti del fumetto,( ma non solo) è impresa ardua e il risultato finale non può che confermare le inevitabili perplessità. Nonostante le buone intenzioni di Scaringi e la bravura di Simone Liberati e Pietro Castellitto nei panni di Zero e Secco, coppia d’attori incredibilmente affine e convincente, il film non fuoriesce dal tipico prodotto medio italiano stilisticamente riuscito, ma narrativamente lacunoso e superficiale.

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Diciamo questo prendendo le dovute distanze da un confronto diretto con la potente e a tratti ingombrante matrice originaria, cercando di attenerci ad una visione il più oggettiva possibile. Il poco ispirato armadillo (interpretato da Valerio Aprea) coscienza critica di un disorientato, ma lucido Zero oltre a risultare scenicamente artefatto non produce quell’effetto destabilizzante capace di scuotere la coscienza dello spettatore finendo per essere un elemento fuorviante dalle sembianze involontariamente comiche e poco credibili. Zero aspirante fumettista e autentica voce fuori dal coro si aggira per le strade di una Roma Nord, magnificamente rappresentata, alla ricerca di verità sempre più inafferrabili.

L’improvvisa scomparsa di Camille suo primo sognante e sfuggente amore, travolge di colpo la sua precaria esistenza mettendolo sulle tracce della sfortunata ragazza trasferitasi a Tolosa. Accompagnato nel suo peregrinare dal fido e strampalato Secco i due amici nel loro incessante e scombinato errare si troveranno faccia a faccia con la difficile elaborazione di un lutto inaspettato. Il regista si dimostra comunque abile nel dribblare facili e irritanti patetismi, affidando il tormento e  vuoto interiore di Zero a fugaci e nostalgici ricordi con Camille, ragazzina avvolta da un seducente alone di mistero che lascia presagire una fine precoce. A non convincere è piuttosto un’incerta e confusa struttura narrativa, che alterna momenti esilaranti, (su tutti il divertente cameo di Adriano Panatta) colte citazioni cinefile (vedi quella su L’odio di Mathieu Kassovitz, pellicola in grado di tracciare la strada verso impensabili vocazioni) ad altri decisamente poco accattivanti  e slegati da tutto il resto. Il risultato è un’opera discontinua, poco centrata, lontana anni luce dallo spirito anarchico e rivoluzionario del fumetto. Pur evitando il confronto diretto il film non graffia lasciandosi facilmente dimenticare. Per tutti i curiosi, La profezia dell’armadillo è “qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi ed irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen“.

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