di Lorenzo Bagnato – inviato a Venezia 75

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La storia e le tradizioni di uno dei paesi più affascinanti del globo, la Cina, rimane ancora pressocchè inesplorata per noi occidentali, abituati a tutt’altri valori ed usanze.

E’ normale, dunque, che un regista fenomenale come Zhang Yimou venga bene o male ignorato dal pubblico americano ed europeo. Eppure Ying (Shadow), il suo ultimo lavoro presentato fuori concorso alla 75a Edizione del Festival di Venezia, non solo è un film realizzato magistralmente, ma potrebbe anche avere un grande successo nel mercato nostrano se ben pubblicizzato.

Yimou ci aveva già abituato al suo stile visionario con Hero e La città proibita, film che univano la dimensione storica reale con personaggi e vicende inventati dal nulla, permettendo così una rappresentazione scevra da legami logici con gli avvenimenti reali. La sospensione dell’incredulità nei film di Yimou è gestita in modo unico, e Ying non fa alcuna eccezione. Per i primi 90 minuti la trama procede in modo lineare ed intrigante, coinvolgendo lo spettatore nelle strategie e negli intrighi tipici della Cina antica. Nel terzo atto, però, il film svela la sua dimensione anti-storica, mostrando combattimenti vorticosi, guerrieri invincibili e battaglie mastodontiche. La fantasia dell’autore si libera completamente in coreografie folli ma geniali, in cui la macchina da presa si muove come danzando con l’azione su schermo, mostrandoci immagini ordinate ed armoniche.

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La messa in scena di Ying è tanto pulita quanto coerente, nella quale dominano fantasie di grigio e nero dalla magistrale bellezza, riprendendo non tanto velatamente le opere pittoriche cinesi a cui Yimou è straordinariamente legato.

Ying è quindi un film imperdibile per coloro che vogliono avvicinarsi al cinema orientale con un approccio leggero ed anche per coloro che voglio passare due ore di puro intrattenimento, senza che questo risulti esagerato e gonfio come buona parte dei moderni action americani.

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