di Lorenzo Bagnato – inviato a Venezia 75

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Che i fratelli Coen siano tra i registi più importanti ed influenti degli ultimi 30 anni è indubbio. Grandi capolavori da loro firmati come Il Grande Lebowski, Fargo e Non è un paese per vecchi hanno reso memorabile l’intero cinema hollywoodiano post-moderno.

Quest’anno sono tornati alla regia con un film ad episodi, per ora l’unico della loro lunga carriera.

The Ballad of Buster Scruggs è, in realtà, un riassunto della loro intera poetica, dalla commedia pura all’opprimente drammaticità. I primi due episodi (il film ne ha sei in tutto) sono puro e semplice surrealismo comico coeniano. Regia bilanciata, montaggio veloce, ironia tagliente e scene indimenticabili rendono la prima ora del film leggera ed esilarante.

Dal terzo episodio in poi i Coen riprendono lo stile intimista ed ermetico dei loro lavori più recenti, affrontando temi complessi come la morte ed il rapporto tra uomo e natura. Il film, dunque, cessa improvvisamente di essere comico e lascia spazio ad una dimensione più bergmaniana (il discorso sulla morte dell’ultimo episodio ne è l’esempio più lampante).

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L’intera opera è inoltre cosparsa di riferimenti e citazioni ai grandi spaghetti western degli anni ‘60, film la cui influenza è cosparsa per tutta la filmografia dei Coen e che in questo caso ricevono una vera e propria dichiarazione d’amore. Come avevano già fatto per Il Grinta, infatti, i Coen portano il cinema classico di genere (western in questo caso) direttamente nel nuovo millennio attraverso trovate narrative geniali che solo gli autori figli del post-moderno sono in grado di regalarci.

Un film eclettico e bizzarro, dunque, più unico che raro sia per carriera dei Coen sia per il cinema americano in generale, la cui visione è certamente meritata.

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