La Settima Musa: un film europeo dal sapore americano

di Lorenzo Bagnato

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Il cinema spagnolo non ha mai avuto autori dal nome altisonante o pellicole particolarmente influenti. Il motivo è la segregazione artistica perpetrata dal regime di Francisco Franco e durata fino alla sua morte nel 1975. La Spagna, quindi, ha avuto poco tempo per adattarsi agli standard cinematografici mondiali; a volte riuscendoci, come nel caso di buona parte dei film di Pedro Almodovar, il regista spagnolo più noto; a volte fallendo miseramente, come nel caso de La Settima Musa, ultima fatica di Jaume Balaguerò.

Balaguerò era già noto al grande pubblico per la saga di REC, divenuta di culto per la brillante idea realizzata in modo efficace seppur con scarsissimi mezzi.

Con La Settima Musa il regista iberico tenta ancora una volta la strada del thriller (già sperimentata con Fragile nel 2005), ma ciò che ne esce fuori è un film banale, confusionario ed anonimo; privo di passione artistica o di un tratto caratteristico che possa definirlo un film autoriale. La sceneggiatura si regge a malapena in piedi, e fatica a portare avanti il film; come se ogni evento fosse stato scelto direttamente sul set per rattoppare un errore di scrittura. Tutto sembra improvvisato e casuale, troppo casuale. La storia, oltretutto, è telefonata e banale, riempita da personaggi piatti interpretati da attori inespressivi, incapacità dovuta forse ai dialoghi didascalici e poco credibili.

La Settima Musa - outoutmagazine 2.jpgL’atmosfera generale del film è inquinata da una forte influenza del thriller americano moderno. Se non fosse per i nomi nei titoli di testa, infatti, chiunque penserebbe si tratti di un mediocre film di serie B prodotto e realizzato negli Stati Uniti d’America.

Un lavoro non riuscito, dunque, quello di Jaume Balaguerò, il quale speriamo sia in grado di riprendersi e tornare a fare grandi film come un tempo.

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