Hereditary e l’ineluttabilità del male

di Chiara Maciocci

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La necessità del complimento nel segno del male è ciò che assurge a tema fondamentale di questo ultimo lavoro di Ari Aster. Infatti, ciò che distingue Hereditary da altri horror che, pur ponendosi nella sua stessa linea di dramma satanico, infestato di streghe, capri, spiriti e maledizioni (come possiamo vedere anche in The VVitch, dagli stessi produttori di Hereditary), è che il filo esiziale che tiene insieme l’intera vicenda è una direzione ineluttabile di malvagità che, alla fine di tutto, non può che vincere sopra le resistenze degli individui che le si oppongono.

A mostra di ciò il regista pone, ad intervalli durante l’intero film, le lezioni sulla tragedia greca a cui partecipa Peter (Alex Wolff) nel suo ultimo anno di liceo, in cui il professore esplicita chiaramente il punto essenziale della storia: come nella tragedia greca l’eroe, pur essendo innocente, è sottoposto a un destino di colpa e morte a cui non può sfuggire in nessun caso, così Peter e la sua famiglia (in cui Toni Collette, nei panni della madre, emerge per bravura e convinzione), pur vivendo nella normalità più tranquilla e ordinaria, sono consegnati inevitabilmente a quella che si rivelerà una vera e propria catastrofe di distruzione e perdita di sé. Essi, pur opponendosi in ogni modo al male, capiranno infine che ogni resistenza  è vana, dal momento che sono condannati, in quanto discendenza di una famiglia intrinsecamente demoniaca, a perpetrare orrori e misfatti segnati dalla più profonda e radicata malignità possibile, quella del diavolo.

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La regia di Ari Aster è immancabilmente pulita e segue i passi della famiglia Graham verso la dannazione con un gusto estetico impeccabile, fissandosi su dettagli, luci e luoghi e, soprattutto, sul passaggio tra notte e giorno sullo sfondo della casa della famiglia (la quale, guarda caso, è proprio situata in un  bosco oscuro e fitto, fuori della città): tale passaggio è all’inizio lento, ripreso in maniera mimetica rispetto al normale susseguirsi dei momenti della giornata, senza dunque aggiungere alcun punto di vista alla restituzione di ciò che è dispiegato sullo schermo. Alla fine, invece, il passaggio avviene e si consuma nella durata di un istante, all’improvviso, ricordando l’accensione della luce di un lampadario in una camera, facendoci così assistere alla velocizzazione innaturale della trama del cielo che da blu scuro passa, in un istante, all’azzurro più brillante. Tale espediente tecnico è la trasfigurazione formale più esplicativa dell’intero film, il quale si muove lentamente, col respiro sempre sull’orlo di mozzarsi in uno spasmo di terrore, e che invece attende, aspetta affinché lo spettatore si senta a suo agio nella visione del susseguirsi dei fatti e quasi si abitui agli eventi sovrannaturali che, dispiegandosi, non si impongono però in modo da spaventare, ma si innestano nel film silenziosamente, benché irreversibilmente. Ed è solo negli ultimi venti minuti, invece, che il tutto imbocca una curva estremamente ripida verso l’alto, verso la paura più pura e spiazzante, scaraventandoci in un tunnel di malvagità di cui non è dato di contemplare la fine. Ma la fine, in conclusione, si dà, e in contrapposizione alla spericolatezza della Spannung che la precede, essa è vissuta nel segno della calma e della conciliazione più felice, sebbene tale felicità sia propria esclusivamente di quella comunità del male che infine vediamo rappresentata, a compimento dell’intera vicenda, sullo schermo.

Un film dunque ben riuscito è Hereditary, il quale nulla ha da invidiare a prodotti del genere horror che hanno acquisito un successo tale da imporsi come cult indiscussi; un film che non scopre le sue carte fin dall’inizio (e che dunque non spaventa subito), bensì le riserva per un picco di peculiare velocità ascensionale, il quale è reso ancor più apprezzabile nella misura in cui prima non si poteva scorgere il suo arrivo da nessuna parte. E che, ancora, non si sottrae a un accenno di profondità e riflessione esistenziale, come tanta parte dei film del genere, ma al contrario segue un preciso filo teorico e tragico: quello dell’inevitabilità del destino di sofferenza e malvagità a cui sempre sono sottoposti gli uomini.

 

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