Hereditary e l’inarrestabile ciclo del male

di Corinne Vosa

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In Hereditary il dramma domestico di una famiglia viene narrato con il terrificante linguaggio del cinema horror, passando da un taglio più psicologico ai confini estremi del sopranaturale, e ispirandosi in gran parte agli horror degli anni ’60-’70, come ad esempio Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York.

Quando l’anziana ed enigmatica Ellen muore, i suoi familiari, i Graham, cominciano lentamente a scoprire una serie di segreti oscuri e terrificanti sulla loro famiglia che li obbligherà ad affrontare il tragico destino che sembrano aver ereditato, una macchia di sangue che si abbatterà sulla loro famiglia.

Alle volte sembra non esserci alcuna via d’uscita, sembra impossibile scorgere un bagliore di speranza. Forse perché non ce n’è. Il film di Ari Aster è un’inquietante riflessione sul libero arbitrio e sulla sua possibile assenza. Uno degli incubi più mostruosi che possiamo vivere è percepire che tutto sia già stabilito e che dinanzi a noi ci attenda inevitabilmente una danza di sofferenza. Come se altro non fossimo che marionette, derise e manovrate da un’entità superiore. Questa sensazione Ari Aster sa perfettamente come riprodurla, e con una ingegnosità artistica encomiabile per un regista al suo primo lungometraggio (anche se già apprezzato per i suoi cortometraggi) imprime uno stile molto personale al suo film. La carrellata iniziale già ammonisce lo spettatore: un occhio invisibile controlla ogni cosa in questa casa in cui il suo sguardo, corrispondente al movimento di macchina della cinepresa, si sta addentrando. Uno sguardo onnisciente, probabilmente sopranaturale e malefico. Una corrispondenza macabra tra la casa reale e le case per le bambole al suo interno, che scopriremo essere l’espressione artistica della protagonista Annie (Toni Colette), ricorre dalla prima all’ultima scena del film. Queste miniature rappresentano la rielaborazione del dolore attraverso il controllo artistico: Annie riproduce fedelmente, da quella che lei ritiene una prospettiva oggettiva, scene della sua vita quotidiana, spesso le più drammatiche o perfino raccapriccianti. Una messa in scena statica e raggelante dei propri drammi familiari. Le case delle bambole sono come specchi che riflettono la realtà e garantiscono al film una potenza simbolica di grande impatto.

hereditary OutOut Magazine 2.jpgÈ interessante notare come a distanza di poco tempo stiano uscendo in sala due film che, pur nella loro diversità, condividono degli elementi tematici centrali, come l’ereditarietà delle colpe, la mancanza di libero arbitrio e la richiesta di una o più vittime sacrificali: Il sacrificio del cervo sacro ed Hereditary per l’appunto. Entrambi horror d’autore, caratterizzati da una visione molto cupa dell’esistenza e incentrati sul tragico destino di una famiglia composta da quattro membri, hanno in comune anche i ricorrenti riferimenti alla tragedia greca, e un nome, una sottotraccia che ricorre in entrambi, quello di Ifigenia, la figlia che Agamennone dovette sacrificare alla dea Artemide. Ma Hereditary cita anche il mito di Eracle, in una scena in cui la sceneggiatura espone i concetti chiave del film. Ci si chiede se Eracle avesse o meno una scelta o se il suo destino fosse già segnato. La famiglia Graham potrà opporsi all’oscurità che la sta per sommergere?

Nel genere horror la questione del libero arbitrio è in fondo una tematica implicita e ricorrente. Quando ci si ritrova ad affrontare entità sinistre e sopranaturali fino a che punto è possibile opporsi?  Se l’entità rimane confinata esternamente rispetto all’individuo allora sarà forse possibile fronteggiarla e perfino trionfare su di essa, per quanto ardua e spietata sia la guerra da affrontare. Ma se queste entità si insinuano nell’interiorità del soggetto, estraniandolo da se stesso e imponendosi sulla sua volontà, il discorso cambia ulteriormente. Nei casi di possessione il soggetto perde completamente la facoltà di opporsi e il suo Io si annulla nella potenza dell’entità che lo travolge. Pensiamo a Shining, in cui uno degli abomini peggiori dell’umanità ha luogo: un padre che tenta ferocemente di uccidere il figlio, immagine di innocenza e purezza. Un tema devastante a livello umano e oscuro e tragico anche sul piano simbolico: le forze del male non possono essere fermate neanche dall’amore e prima o poi l’individuo soccombe a ciò che è infinitamente più potente di lui. Esattamente come ci racconta il mito di Eracle, il quale accecato dalla follia assassinò la sua famiglia. Nella realtà la pazzia stessa è infatti uno stato mentale che può atrofizzare la capacità della coscienza di discernere il bene dal male. Dunque l’horror non ci parla di temi così astratti e inverosimili e qualunque sia la nostra visione della realtà, che sia materialista o aperta a prospettive sopranaturali,  ci verranno forniti buoni spunti per riflettere sui paradossi dell’esistenza e sui conflitti interiori che dilaniano l’essere umano. Spesso l’inverosimile è la chiave più efficace per esprimere le contraddizioni della realtà.

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La prima forma di mancanza di libero arbitrio che si manifesta nella vita umana è l’impossibilità di scegliere la propria famiglia. In qualche modo siamo costretti ad accettare la sorte per quello che è, questo è un dato di fatto. La famiglia è alle radici della nascita di un’individualità, e determina in modo consistente il futuro di questa persona. Per quanto il margine di libertà dell’individuo sia ampio, l’influenza esiste e in alcuni casi divora il soggetto, imprigionato dalle catene del passato e vittima di un dolore quasi ereditario. In fondo Hereditary è la storia di una famiglia che non riesce ad arrestare il ciclo di dolore che la tormenta da generazioni. Annie ha vissuto eventi troppo traumatici durante la sua infanzia per vivere nella serenità e non essere soggetta a crisi depressive o reazioni inconsce impreviste. Differentemente da quanto appare vive difficilmente anche la propria maternità, un richiamo alla sindrome di Medea, e il suo matrimonio ha esiti molto positivi grazie alla comprensività del marito, che sembra quasi il suo psicoanalista quanto il suo sposo. ( interessante la scelta di Gabriel Byrne, attore che nella serie di successo In Treatment interpreta uno psicoterapeuta).

 L’interesse di Ari Aster nei confronti di scabrose ed angoscianti tematiche psicologiche si era già rivelato nei suoi cortometraggi, e con Hereditary le problematiche dell’inconscio si incarnano nella simbologia e nelle dinamiche dell’horror, a cui a questo punto non ci si può che abbandonare in un piacere masochista.

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